ascolto-minori

Pubblicato il 02/04/2014 Da in Sociale

Una famiglia diversa, una famiglia che ascolta

Quante volte ci siamo chiesti se la nostra sia una società a misura di bambino?
Tante, forse troppe.
Sicuramente sono troppe le volte in cui non siamo riusciti a darci una risposta positiva o quanto meno costruttiva, perché, in fondo, sentiamo che questa società che non va bene per noi adulti, difficilmente può ritenersi adeguata per dei bambini.

Ma, allora, perché non incominciare a metterci in discussione noi, nelle nostre piccole realtà, partendo dalle nostre famiglie, che da sempre, in ambito costituzionale, vengono definite come le cellule sociali primigenie, le società naturali in cui nasce e si sviluppa la personalità del singolo come individuo e come cittadino?
Oggi, mi chiedo se non valga la pena, provare a domandarci se le nostre siano famiglie a misura di bambino, e vorrei farlo alla luce, anche e soprattutto, delle recenti modifiche introdotte con la legge 219/2012 prima e con il dlgs 154/2013 poi,
nel libro I del Codice Civile dedicato proprio alle persone ed alla famiglia.

Ebbene rileggendo gli articoli:

Art. 315: Stato giuridico della filiazione
Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico.
(così sostituito dalla Legge n. 219 del 10 dicembre 2012)

Art. 315-bis: Diritti e doveri del figlio.
Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito ed assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.
Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.
Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa;
(aggiunto dalla legge n. 219 del 10 dicembre 2012)

Art. 316, 1° comma:  Responsabilità genitoriale.
Entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio. I genitori di comune accordo stabiliscono la residenza abituale del minore.
(così sostituito dal DLgs n. 154 del 23/12/2013)

e 147 cc: Doveri verso i figli
Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis,
(così sostituito dal DLgs n. 154 del 23/12/2013)

si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un Codice Civile, oggi, più aperto ed attento alle esigenze ed ai diritti dei minori.
E questo, non solo per la parificazione tra figli naturali e figli legittimi, non solo per la previsione di diritti dei figli che, sino a poco tempo fa, venivano ricavati solo implicitamente, partendo dai doveri dei genitori, non solo per il passaggio dalla potestà alla responsabilità genitoriale, ma, soprattutto, per l’introduzione del diritto del minore ad essere ascoltato “in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano”.

Al di là dell’indiscutibile necessità di uniformarsi alla normativa internazionale e comunitaria – di ascolto del minore e di responsabilità genitoriale già si parlava nella Convenzione di New York del 1989, nella Convenzione di Strasburgo del 1996 (Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli) e nel regolamento CE 2201/03 –  anche in questo caso non può passare inosservata la scelta terminologica, non certo casuale.
Il legislatore avrebbe potuto parlare di audizione, di necessità di sentire il minore, di interrogarlo, dando all’assunto normativo una connotazione prettamente processuale, ma, ha invece preferito il termine “ascolto”, più familiare, che ci aiuta a superare anche quell’idea di un rapporto unidirezionale tra genitori e figli, tra adulti e minori.
Una scelta, questa, che mi fa pensare alla volontà di non limitare l’ascolto del minore solo alle fasi patologiche della famiglia, nel momento in cui queste vengano portate all’attenzione di un giudice o dei servizi sociali,  ma di fare di più.

Il nuovo articolo 147 cc, così come modificato dal dlgs 154/2013 – lo stesso che ha introdotto la responsabilità genitoriale –  richiama espressamente l’articolo 315 bis cc, lasciando  intendere, a mio avviso, come il dovere di mantenere, istruire, educare ed assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali ed aspirazioni non possa prescindere dall’ascolto dei propri figli.
Una precisazione forse superflua – in fondo per poter conoscere inclinazioni ed aspirazioni dei figli, anche prima del 2013, era pur sempre necessario ascoltarli – ma che, oggi, ha l’indiscutibile pregio di individuare un punto fermo al quale potersi rapportare, sottraendolo alla variabile delle interpretazioni.
Gli articoli 315 bis e 316 1°comma, cc. letti in successione, diventano i cardini di un’idea di famiglia in cui genitori e figli si trovano nella posizione di ascolto reciproco, una posizione paritaria, in cui le opinioni e le idee di ciascun componente della famiglia trovano spazio in un contesto di crescita e di scelte consapevoli.
Un’idea questa, che sulla carta potrebbe sembrare ovvia e scontata, ma che nella realtà di oggi non sempre rappresenta la regola.

Il figlio minore capace di discernimento ha diritto di essere ascoltato sulle questioni che lo riguardano.
E le questioni che riguardano un minore nella famiglia di oggi sono tra le più disparate: dalla scelta del corso di studi alle attività sportive, dall’uso del computer e della televisione, alla regolamentazione delle uscite con gli amici alla scelta dell’abbigliamento, etc.

L’ascolto non sminuisce il ruolo e l’autorevolezza dei genitori, ma ci ricorda, semplicemente, che un minore capace di discernimento è in grado di manifestare una propria opinione che dovrà essere ascoltata e valutata, in primis dai genitori.

Ed allora, in un contesto, come quello che si è venuto a delineare sul piano normativo, è tanto più importante, oggi, avvicinarsi di più a quegli strumenti che possano aiutare i genitori a realizzare pienamente il loro compito di cura  nel rispetto dell’interesse e delle aspettative del minore.

Parlare oggi di progetti educativi condivisi può essere un punto di partenza importante, da sviluppare e da attuare non solo quando la famiglia entra in crisi, ma anche prima.

Di progetto educativo si è parlato nelle relazioni che hanno accompagnato i ddl che hanno portato alla legge 54/2006 sull’affidamento condiviso, evidenziando la necessità, in sede di separazione, di pervenire ad un accordo tra i genitori sul progetto educativo da attuare nell’interesse dei figli (vedi per tutti il testo unificato elaborato dal relatore Paniz).

Nulla vieta di parlare di progetti educativi anche prima e a prescindere dalla crisi familiare.

Ed allora viene da chiedersi cosa sia un progetto educativo, quale siano le linee guida da seguire per la  sua applicazione in ambito familiare e scolastico, come e dove si collochi nello sviluppo del minore e nella maggiore responsabilizzazione dei genitori.

2 aprile 2014
a cura di Antonella Cataldo

Antonella Cataldo

TORINO. Nata a Torino nel 1974, dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureata in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Torino nel luglio 2000. Avvocato civilista, iscritta all'Albo degli Avvocati di Torino dal 2005, si occupa in particolare di tematiche legate alla famiglia ed alle dinamiche familiari nei procedimenti di separazione e divorzio. Impegnata nel volontariato, grazie all'attività decennale svolta nell'ambito di associazioni a sostegno della famiglia ha potuto maturare e sperimentare l'importanza del lavoro di équipe e dell'approccio ai problemi improntato alla multidisciplinarietà. Da sempre innamorata delle parole e del teatro.

Comments are closed.