scuola-secondo-dopoguerra

Pubblicato il 20/01/2014 Da in Sociale

Quali sono i rapporti fra la scuola e la famiglia ai nostri giorni?

Come è cambiato tale rapporto nel corso degli ultimi anni? Per (cercare di) rispondere a questa domanda partirò dalla mia esperienza personale prima come alunna (dalla metà degli anni ’50 alla metà anni ’60) e poi come insegnante per 38 anni.

Quando io ho iniziato ad andare a scuola, erano passati pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Il paese era in macerie ma c’era una grande voglia di ricominciare, di sfruttare le opportunità che la pace dava, di progredire e migliorare. Infatti, i miei genitori, semi analfabeti, credevano fermamente che l’istruzione fosse fondamentale per la crescita sociale e culturale dei propri figli e fecero molti sacrifici per farci studiare. Credevano, altresì, che il Maestro fosse un’istituzione da rispettare, un’autorità superiore da mai mettere in discussione. Ricordo che quando si recavano al ricevimento coi professori, avevano un atteggiamento di grande umiltà e quasi sacralità. Chi aveva il Sapere non poteva essere contraddetto e qualsiasi forma di ribellione (e io ne ho tentate molte) andava sanzionato. In un parola, ciò che diceva il Professore era Vangelo.

In quegli anni ancora non erano arrivati la contestazione sessantottina, le Lettere a una professoressa di Don Milani, la riforma della scuola media unificata, i decreti delegati, l’abolizione delle note di qualifica per i docenti e tutti gli altri cambiamenti che hanno caratterizzato gli anni settanta.

In quegli anni, completati gli studi, sono passata dall’altra parte della barricata iniziando una carriera che mi ha visto prima insegnare al nord e alla Scuola media, poi ritornata nella mia Messina nelle Scuole superiori prima della provincia poi per 22 anni in un istituto d’Arte della città.

Tornando ai rapporti coi genitori, non posso dare un giudizio univoco perché è chiaro che i contesti, la soggettività e altri fattori incidono profondamente. Vorrei spendere due parole sui decreti delegati che avrebbero dovuto aprire la scuola ai rapporti sempre più diretti fra le istituzioni scuola -famiglia. Come spesso avviene, ci sono luci e ombre. Certamente c’è stata una maggiore democratizzazione ma la vera apertura (per ciò che concerne la mia esperienza ma credo si possa fare un discorso generale) non c’è mai stata. Nei momenti ufficiali d’incontro molti genitori non erano presenti o al massimo importava loro sapere il rendimento del proprio figlio piuttosto che interessarsi ai problemi della collettività. Ciò è avvenuto non solo negli istituti professionali dove l’estrazione socio- culturale è più modesta ma anche nei Licei. Molto spesso da genitrice ero la sola a partecipare all’elezione degli organi collegiali o ai collegi o consigli dei docenti.

Personalmente ho stabilito sempre rapporti corretti coi genitori ma sono stati quasi sempre rapporti che IO ho voluto tenacemente, insistendo perché l’Istituzione, di fronte a problematiche complesse, ti lascia sola o perché non ha mezzi a disposizione o per mancanza di sensibilità o ancora per paura. I ragazzi sono un “materiale” bellissimo ma da maneggiare con cura specie nell’età adolescenziale, con le loro fragilità, le loro paure, le loro speranze. Il rapporto non può essere solo quello sul rendimento: in un 6 o in 4 che assegni c’è una vita!

Negli ultimi anni, mi è parso che quelle fragilità “universali” si arricchissero di altre componenti: i ragazzi apparivano ancora più smarriti: se da un lato i genitori facevano di tutto per soddisfare le loro esigenze materiali, dall’altro facevano poco per quelle “spirituali” spesso presi loro stessi dalle loro fragilità, dalla non accettazione del tempo che passa, dal desiderio (non giusto) di essere “complici” dei loro figli mentre invece i ragazzi fanno bisogno come il pane di punti di riferimento, di regole, di sentirsi dire ogni tanto dei no.

Ovviamente il mio è un discorso molto generico e alquanto frammentario.

Potrei ricordare infiniti casi di rapporti positivi che sono perdurati nel tempo (alcuni ancora oggi) ma mi dilungherei troppo.

Ciò che mi prede dire è che non è sempre facile stabilire rapporti proficui fra scuola e famiglia; bisogna spesso superare diffidenze reciproche, anche meccanismi di gelosia; bisogna, soprattutto che ci sia un supporto stabile da parte dei Dirigenti Scolastici specie per i casi più complessi, tuttavia le due istituzioni dovrebbero comprendere che si ha un fine comune: la crescita a tutto tondo di giovani corpi e menti in divenire.

Lasciatemi dire che il “mestiere” dell’insegnante è una dei più belli che ci sia perché ti “arricchisce” ogni giorno. Ogni tanto ho una fitta di nostalgia.

20 gennaio 2014
a cura di Paola Barbagallo

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Paola Barbagallo

MESSINA. Insegnante per tutta la vita non per presunzione ma per amore. Il sapere è un bene prezioso.