perversione social

Pubblicato il 28/09/2014 Da in Sociale

La “perversione” dei social

L’uomo ha sempre avuto due modi per comunicare, la parola e la scrittura. Un bisogno primordiale per esprimere bisogni, sentimenti e pensieri.

Nei secoli, dai primi rudimentali disegni sulle pareti delle caverne, si sono affinate le modalità della creatività artistica e anche del linguaggio. Basta pensare al 200 e 300 italiano, e a quel Rinascimento delle arti, che ancora oggi è ammirato in tutto il mondo. Il genio italiano ha sopravanzato di gran lunga il resto del mondo conosciuto allora.
Un’esplosione di eleganza, di bellezza pittorica e di sculture divenute nei secoli l’emblema della nostra cultura. Gettando le basi per quello che sarebbe venuto poi.

Ma di quella culla di civiltà sembra oggi rimasto ben poco.
Ed è sotto i nostri occhi lo scempio dei siti archeologici, le statue aggredite da una violenza barbara e fine a se stessa. Ma quello che più colpisce è la regressione del linguaggio.
È vero che la nostra società oggi va di corsa, pensare e riflettere sembra essere diventato un anacronismo. Tutto viene abbreviato, accorciato e la lingua subisce un’involuzione drammatica.
A farne le spese, il più delle volte è la grammatica, l’uso dei verbi a casaccio, la consecutio temporum stravolta, l’assoluta ignoranza dei sinonimi e dei contrari.
Insomma, l’italiano questo sconosciuto. Ma non basta! La cosa che più colpisce frequentando i “social” è l’arroganza di molte persone. Un linguaggio pieno di allusioni sessiste e di varie volgarità fino ad arrivare all’insulto personale.

Internet è un grande strumento di comunicazione, al quale milioni di persone ogni giorno nel mondo possono accedere. Sicuramente uno strumento di democrazia dal basso.
Ma come tutte le cose positive conosce anche il risvolto della medaglia.
Basta scorrere Twitter, fuori magari dalle proprie TL, per scoprire un mondo inquietante. In questo conversare quotidiano può capitare di incappare con la persone di turno che ti bersaglia di insulti. Soprattutto verso le donne.
E allora quello che dovrebbe essere un luogo dove ci si confronta manifestando i propri sentimenti, le idee politiche i giudizi su determinati fatti che accadono nel mondo assume la valenza del ring. Il linguaggio diventa scurrile e offensivo, a volte minaccioso. La parola una spada per ferire e insultare chi non la pensa come te. Non si argomenta, si denigra.
Basta mettere la foto di alcuni bambini uccisi a Gaza perché qualcuno ti indichi come un alleato dei terroristi.
La superficialità e l’ignoranza della storia fa dire alle persone cose oscene.

Viviamo in tempi complessi certamente, ma non si può tacere davanti a tanta tracotanza e violenza verbale. Non servono leggi speciali, serve solo che chi fa uso dei social in modo corretto e costruttivo isoli questi personaggi denunciandoli e bloccandoli. E far capire che se si vuole vivere in un contesto sociale bisogna accettare le regole dell’educazione. E non farsi imporre un far west dove il violento la fa da padrone.

29 settembre 2014
a cura di Riccardo Colzi

Riccardo Colzi

ROMA. Capo redattore centrale Tg3. Attualmente ricopro l’incarico di capo redattore centrale al Tg3. Ho iniziato nel 1981 nei giornali locali del gruppo L’Espresso. Praticantato alla Nuova Sardegna assunto dal direttore Alberto Statera. Poi tornato a Roma come capo servizio a Paese Sera.Quando il giornale chiuse nel 1990 fui chiamato al Tg3 da Sandro Curzi. In quegli anni mi sono occupato di cronaca giudiziaria, periodo Tangentopoli. Nel 1999 sono passato al Tg1 dove ho lavorato 11 anni come caporedattore al coordinamento centrale. Nel 2010 sono tornato al Tg3 diretto da Bianca Berlinguer.

Comments are closed.