ludopatia

Pubblicato il 26/10/2014 Da in Sociale

Non chiamatela “LUDOPATIA”!

di Angela Biganzoli – Psicologa Psicoterapeuta – Associazione AND-Azzardo e Nuove Dipendenze

Che cos’è il Gioco d’Azzardo: una definizione

La lingua italiana, a differenza di quella inglese, è limitata quando si riferisce al gioco: mentre infatti “ play” ha un significato completamento diverso da “bet” o “gamble”, in italiano si usa un solo termine, “gioco”, che però utilizzato da solo o con l’aggiunta della parola azzardo indica due attività radicalmente diverse, nelle caratteristiche e anche nelle conseguenze sull’individuo.

Il gioco o il giocare (appunto il to play inglese o il ludus secondo l’etimologia latina) è, secondo le parole di Huizinga (1946) “un’azione libera, conscia di non essere presa sul serio e situata al di fuori della vita consueta, azione a cui, in sé, non è legato un interesse materiale e che si compie entro uno spazio ed un tempo definiti di proposito, secondo un ordine e delle regole”. Quindi il gioco, quello che sta alla base dello sviluppo psicomotorio e cognitivo dei bambini, è definito da regole e da capacità e l’accento è posto sull’abilità. Se invece alla parola gioco si aggiunge il termine azzardo, il significato cambia radicalmente. Innanzitutto tre sono le caratteristiche che lo descrivono e che devono essere sempre presenti per definirlo tale: si scommette denaro o un oggetto di valore; la scommessa è irreversibile (cioè, una volta fatta la puntata non è più possibile ritirarla); il risultato del gioco dipende principalmente dal Caso.
Quindi oltre al denaro, assente nei giochi ludici, una grande differenza è data dal fattore caso, presente in modo preponderante nell’esito dei giochi d’azzardo. Quindi il gioco d’azzardo si fonda sul caso e la vittoria o la perdita non sono imputabili all’abilità o meno del giocatore. Un esempio può aiutare a chiarire meglio questo concetto. Se una persona decide di iniziare a giocare a tennis prendendo anche lezioni, può ragionevolmente aspettarsi di migliorare nel tempo le sue prestazioni e, grazie all’allenamento, di aumentare la resistenza fisica, di essere maggiormente scattante, di controllare la partita con una competenza che può migliorare nel tempo. Forse non diventerà mai come Nadal, ma di certo, se si applica con costanza e attenzione, otterrà dei risultati che non sono gli stessi del primo giorno in cui ha preso in mano una racchetta. La stessa cosa invece non si può dire per il gioco d’azzardo: questa infatti è l’unica attività in cui l’allenamento non conta nulla. Quale abilità o margine di miglioramento si può sviluppare studiando i biglietti Gratta&Vinci o le estrazioni del Lotto e le combinazioni delle slot machine o delle temibili VLT? Un conto è l’abilità, che aumenta con l’esercizio e con i feedback e porta come risultato anche un aumento dell’autostima in chi la sta esercitando; un conto invece è il caso, per il quale dobbiamo avere chiaro che tutti gli eventi hanno uguale probabilità di accadere e che non c’è alcuna possibilità di prevedere o influenzare l’esito di un gioco d’azzardo.

E’ quindi inopportuno e volutamente fuorviante l’utilizzo e la diffusione del termine Ludopatia, che nell’etimologia richiama al concetto di Ludus e non di Alea, di caso; quindi chi ha interessi a promuovere i giochi d’azzardo leciti in Italia vorrebbe fare passare il concetto di gioco d’azzardo come abilità sulla quale esercitandosi e applicandosi si possono ottenere vincite incredibili. Invece il termine corretto da usare quando si parla di patologia connessa all’azzardo è Disturbo da Gioco d’Azzardo (secondo la definizione del DSM-V, il Manuale Statistico dei Disturbi Mentali riconosciuto come un riferimento importante da tutta la comunità scientifica internazionale).

Il contesto sociale e la pubblicità ingannevole

Le cifre che girano intorno all’industria del gioco d’azzardo sono da capogiro. Se nel 2004 i soldi spesi dagli italiani in giochi d’azzardo leciti erano stimati in 25,57 miliardi di euro, nel 2013 si è arrivati a sfiorare i 90 miliardi di euro. E ogni anno con l’aggiunta di nuovi giochi (esponenzialmente aumentati dal 1996 ad oggi) o nuove regole (come ad esempio l’introduzione dell’Ambetto” nel gioco del lotto) si mira ad aumentare il tetto di soldi spesi dagli italiani. Ci troviamo di fronte ad un contesto bizzarro e inquietante: è lo Stato stesso ad erogare e promuovere i giochi d’azzardo leciti, e sono i suoi concessionari autorizzati a “sfornare” continuamente, grazie a ingenti risorse economiche a disposizione, spot pubblicitari e slogan accattivanti ma allo stesso tempo aggressivi e ingannevoli, finalizzati a promuovere tutte le forme di gioco esistenti e ad incentivare la curiosità di tutti i cittadini a provarli, ingolositi dalla promessa di grandi vincite che in un periodo storico di crisi economica e occupazionale sembrano l’unica chance per arrivare a fine mese o per immaginarsi una vita senza preoccupazioni. Il target di queste pubblicità siamo tutti noi, senza differenze di sesso, età, occupazione o appartenenza sociale. C’è un gioco per tutti e se non c’è viene inventato. Che dire dell’ultima campagna di promozione del nuovo gioco Sisal “Vinci casa”, “il primo gioco che dà la possibilità di vincere un premio concreto come un’abitazione, che è il sogno più diffuso e ambito”?

Ma è così facile vincere?

I giochi d’azzardo, tutti i giochi d’azzardo (Gratta&Vinci, Lotto, Superenalotto, Scommesse sportive, Slot machine e Video lotterie, Poker), sono fatti in modo tale che le persone a lungo andare perdano (“se non giochi non perdi” dice giustamente Ennio Peres). Se così non fosse, cosa guadagnerebbero i gestori dei giochi (Concessionari, tabaccai, Casinò…). Il gioco d’azzardo è un prodotto di mercato, e come tale si aspetta di fare utili e non di perdere denaro, da regalare a chiunque quasi fosse un’azienda dedita alla beneficienza. Spesso si pensa, sbagliando, che si possano acquisire abilità particolari utili per vincere al gioco; o che ci siano dei momenti fortunati nei quali si vince; o che se si perde bisogna insistere e continuare a giocare per recuperare. Sono tutti errori di pensiero, che traggono in inganno e avvicinano velocemente chi gioca d’azzardo a gravi conseguenze: perdita di denaro spesso in quantità rilevante (chi si è giocato la casa o la ditta o i risparmi di una vita); la compromissione di una carriera lavorativa serena o importante; la perdita della famiglia (gravemente compromessa dagli effetti devastanti del gioco) e degli amici, a seguito delle bugie o della richiesta di denaro non restituito.

Come si sviluppa la dipendenza?

Se una persona gioca d’azzardo non diventa per forza e da subito un giocatore d’azzardo patologico. Di certo non si sviluppa una patologia dalla sera alla mattina, ma purtroppo il contesto sociale attuale che vede una diffusione capillare di giochi d’azzardo che possono essere praticati ovunque (fuori casa, in contesti nei quali non eravamo abituati a vedere offerte di gioco, come le Poste o i supermercati, ma anche dentro casa attraverso internet, con i giochi on line, o in televisione sui canali dedicati del digitale terrestre) influenza la velocità con cui si instaura una dipendenza e se anni fa una persona poteva giocare in modo “sociale” anche per 5 anni prima di sviluppare un problema, oggi basta qualche mese per passare da una pratica sociale (in cui un gioco d’azzardo è svolto per divertirsi, in cui si accetta di perdere denaro, in cui non si torna a giocare per rifarsi e in cui viene puntato denaro secondo le proprie possibilità) ad una modalità patologica. Infatti si definisce “patologico” chi gioca più denaro del previsto (o di quanto si può permettere), più a lungo e per più tempo del previsto. Ha un problema quindi chi perde il controllo sul suo gioco. Secondo Valleur (2004) la persona dipendente è privata della sua libertà, non può fare a meno di quel comportamento (giocare d’azzardo) pena un forte disagio e tale comportamento diventa il centro della sua esistenza, nulla ha valore al di fuori di questo.

In un tale contesto di diffusione e promozione di giochi, diventa una vera battaglia, per chi sta sviluppando o ha già sviluppato una dipendenza, “resistere” e non giocare. Anche le azioni più comuni e innocue diventano un rischio: fare la spesa, andare a comprare le sigarette dal tabaccaio, pagare una bolletta in Posta, cercare un’offerta vacanze in internet…

A questo punto è facile comprendere che il messaggio finale degli spot che incentivano il gioco d’azzardo, “Gioca responsabilmente”, è solo un modo per sgravarsi da una responsabilità sociale. Come dire: io te l’ho detto, poi sta a te… Perché alla fine la responsabilità della malattia viene sempre buttata sui poveri giocatori patologici, che, oltre ad essere pochissimi (secondo le stime dei concessionari), avrebbero delle fragilità che li portano ad ammalarsi indipendentemente dalle caratteristiche dei giochi stessi, come se fosse una loro colpa. Invece le stime dei Servizi e di chi non ha alcun interesse commerciale nel diffondere dati corretti dicono che il numero dei giocatori è in aumento esponenziale e che giocano non solo persone già fragili o con patologie precedenti (polidipendenti da sostanze stupefacenti o malati psichiatrici), ma anche persone che mai nella vita si sarebbero immaginati di sviluppare una malattia del genere: imprenditori, amministratori di condominio, pensionati, operai, casalinghe, membri delle forze dell’ordine, infermieri, ecc…

Che cosa fare se si instaura una dipendenza

Se una persona si accorge di avere un problema con il gioco d’azzardo, oppure osserva un problema in un familiare o in un amico, è bene che chieda aiuto il prima possibile e si rivolga ad un servizio specialistico, per capire in quale fase si trova (ad esempio se ci sono alcuni segnali di allarme ma non c’è ancora una patologia o se si è instaurata una vera e propria dipendenza) e che tipo di intervento attuare. La prima cosa da fare è certamente interrompere il flusso di denaro a disposizione di chi gioca, per evitare che l’esborso economico continui alla ricerca della vincita che nella mente di chi ha questa patologia, con un pensiero di tipo magico, prima poi arriverà e permetterà di ripianare i debiti e di cambiare la vita. La vincita non arriverà e chi inizia un percorso terapeutico è già consapevole del fatto che i soldi vinti sono poi sempre stati rimessi per intero e con gli interessi nel gioco anziché essere utilizzati per pagare i debiti. A un certo punto non si gioca più per vincere, ma per avere soldi per continuare a giocare, nel tentativo di dimenticare i problemi e le preoccupazioni in larga parte creati e accentuati dal gioco stesso.

Per maggiori informazioni e approfondimenti, è possibile fare riferimento al sito dell’Associazione AND – Azzardo e Nuove Dipendenze, che dal 2003 si occupa del tema azzardo in tutte le sue specifiche (ricerca, sensibilizzazione, prevenzione, cura): www.andinrete.it

26 ottobre 2014
Post di Angela Biganzoli – Psicologa Psicoterapeuta – Associazione AND-Azzardo e Nuove Dipendenze
a cura di Annabella Brumana

Si rigrazia Mario Signorelli per il contatto con la dott.ssa Biganzoli

Annabella Brumana

LECCO. Avvocato dal 2001. Dal 2012 Mediatore Civile iscritta all’Organismo di Mediazione dell’Ordine degli Avvocati di Lecco. Mamma di Siria, 8 anni. Adoro le favole per bambini e siccome piacciono molto anche alla mia piccola, spesso mi tocca inventarle al momento... Lettura, colori, buona tavola, sport, aria aperta, creatività le mie passioni… stare in movimento, con la mente, il corpo, il cuore, scoprire nuove strade. Se potessi, andrei tutti i giorni a correre al mare, sulla spiaggia!

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