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Pubblicato il 13/01/2014 Da in Sociale

Maltrattamenti sui minori: i numeri della paura

La paura, a volte, ha l’effetto di paralizzare, induce a nascondersi, quasi a voler credere che sia sufficiente non vedere un pericolo o un problema per poterlo evitare o, peggio ancora, per considerarlo inesistente.
È forse questo che è accaduto ed accade anche a noi, società civile, di fronte ai numeri sui maltrattamenti che vedono come vittime i minori.

Sono i numeri della paura, numeri che fanno paura.

I più pensano ad un problema diffuso principalmente nei paesi del terzo mondo, nelle terre flagellate dalle guerre, da culture e tradizioni barbare agli occhi di noi occidentali.
Eppure, in Europa, sono 18 milioni i bambini maltrattati: il 29,1% sono vittime di abusi emotivi, il 22,9% vittime di abusi fisici, il 13,4% delle vittime sono ragazze sottoposte ad abusi sessuali mentre la percentuale scende al 5,7% per i maschi.
852 sono i bambini al di sotto dei quindici anni che muoiono a causa delle violenze subite.
A sostenerlo è un recente rapporto dell’Ufficio Regionale per l’Europa sulla prevenzione del maltrattamento infantile, pubblicato in occasione della sessantatreesima sessione del Comitato Regionale dell’OMS per l’Europa, tenutosi a Copenaghen e Cesme Izmir il 17 settembre 2013.

Si sono così riaccesi i riflettori sulle forme di abuso a danno dei minori, ma, soprattutto, si è posta l’attenzione sulle conseguenze che tali maltrattamenti possono avere sulla vita dei più giovani, evidenziandone la correlazione con l’insorgenza di disturbi quali la depressione, l’ansia, i disturbi alimentari, i problemi comportamentali, i tentativi di suicidio, gli episodi di autolesionismo e l’uso di sostanze stupefacenti.
Senza poi contare che, spesso, il comportamento violento finisce con l’essere trasmesso anche di generazione in generazione.

La conclusione di tutto questo?
Un bambino maltrattato non solo non avrà una vita serena e felice, quale quella a cui avrebbe avuto diritto, ma rappresenterà un costo sociale, anche in termini di spesa per l’assistenza sanitaria, rischierà di avere un rendimento scolastico inferiore alla media e, conseguentemente, minori prospettive occupazionali.
In proposito, è interessante l’accento posto da Zsuzsanna Jakab (direttore regionale dell’OMS per l’Europa) sul problema, inquadrato non solo come questione di giustizia penale e questione sociale, ma come problema di salute pubblica: l’abuso sui minori è prevenibile attraverso un approccio integrato di salute pubblica, secondo linee guida che lo stesso OMS metterà a punto e che potranno essere adottate dai paesi membri (discorso di Zsuzsanna Jakab del 17 settembre 2013).
Un approccio, questo, che, a ben vedere, fa pensare all’art. 24 della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia del 1989, in materia di tutela della salute dei bambini, laddove si parla chiaramente di impegno degli  Stati (parti) a riconoscere “il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione” e di sforzo volto a “garantire che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi”.

In attesa delle linee guida dell’OMS, basterebbe ricordare e dare attuazione a quanto previsto dallo stesso Consiglio d’Europa con la Convenzione di Lanzarote votata il 12 luglio 2007, aperta alla firma il 25 ottobre 2007 e sottoscritta dall’Italia il 7 novembre 2007, per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale.
La Convenzione di Lanzarote, entrata in vigore per i paesi ratificanti il 1 luglio 2010, a seguito della ratifica da parte di 5 degli stati membri del Consiglio d’Europa, rappresenta un passo importante, non solo sotto il profilo della tutela penale rispetto ai reati sessuali a danno dei minori (si pensi in proposito alla legge italiana di ratifica della Convenzione, del 1 ottobre 2012 n. 172), ma anche sotto un profilo più generale, di carattere culturale.

Sul punto sarebbe utile soffermarsi e dare una più concreta attuazione agli articoli 5 e 6 della Convenzione di Lanzarote, laddove si parla rispettivamente di “assunzione, formazione ed istruzione delle persone che lavorano a contatto con i bambini” e di “educazione dei bambini”.

Ed allora non si può non pensare alla necessità di investire di più e meglio sulla scuola, puntando sull’educazione all’affettività, aiutando a formare nei bambini e nei giovani la consapevolezza del proprio valore non negoziabile di persone, della propria esistenza e delle proprie azioni, inquadrandole nel rispetto e nella costruzione di relazioni interpersonali.

Tutto questo insistendo sull’educazione anche e, soprattutto, in collaborazione con i genitori, attraverso un maggiore sostegno alla genitorialità e la cooperazione scuola/famiglia.
In proposito non è più sufficiente l’informazione, ma è necessario un intervento di formazione vera e propria.
Molte scuole si sono già attivate in tal senso e sarebbe utile ed interessante riuscire a creare una rete di interventi, promuovere confronto e collaborazione tra le realtà didattiche presenti sul territorio.

In conclusione, credo che non ci sia modo migliore per affrontare il problema, che rileggendo l’art. 9 della Convenzione di Lanzarote laddove si stabilisce che “ciascuna parte incoraggia la partecipazione dei bambini, secondo il loro stadio di sviluppo, all’elaborazione ed attuazione delle politiche, dei programmi pubblici o altri attinenti sulla lotta contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali riguardanti i bambini”.

13 gennaio 2014
a cura di Antonella Cataldo

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Antonella Cataldo

TORINO. Nata a Torino nel 1974, dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureata in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Torino nel luglio 2000. Avvocato civilista, iscritta all'Albo degli Avvocati di Torino dal 2005, si occupa in particolare di tematiche legate alla famiglia ed alle dinamiche familiari nei procedimenti di separazione e divorzio. Impegnata nel volontariato, grazie all'attività decennale svolta nell'ambito di associazioni a sostegno della famiglia ha potuto maturare e sperimentare l'importanza del lavoro di équipe e dell'approccio ai problemi improntato alla multidisciplinarietà. Da sempre innamorata delle parole e del teatro.

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