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Pubblicato il 17/02/2014 Da in Sociale

Perché le nostre idee non possono essere racchiuse in un tweet

Leggendo Una stella incoronata di buio, (ed. Einaudi) scritto da Benedetta Tobagi, si attraversa un pezzo di storia recente dell’Italia, quella del 1974, della strage di Brescia.

Un racconto pieno di passione, di vita e di emozioni, perché ricostruisce il patrimonio di ideali che coltivavano coloro che furono uccisi quella mattina, di 40 anni fa, in piazza della Loggia. Alcuni di loro erano insegnanti, impegnati per cambiare la scuola, farla diventare più moderna, accrescendo il capitale sociale e la funzione della scuola di formare cittadini consapevoli.

La bomba non ha spezzato soltanto le loro vite ma, come altri episodi di quegli anni, ha incrinato un sogno, l’ideale di cambiare la società attraverso l’impegno e la partecipazione: sono passati 40 anni ma sembrano secoli. Dai volantini e i manifesti siamo passati a una società più chiusa, parcellizzata e incattivita. Il libro racconta di riunioni, discussioni e di battaglie, ideali, ma battaglie che hanno contribuito a far crescere l’Italia: come il divorzio, il cui referendum segnò un passaggio epocale di una società che stava cambiando, attraversando trasformazioni tumultuose.

Eccoci oggi, nel 2014, avvinti dall’idea che tutto ciò che è pubblico è sbagliato, perché inutilmente costoso e inquinato dalla cattiva politica: convinti che le distanze e le differenze siano colmate dall’accesso alla rete e dalla partecipazione attraverso i social network.

È veramente questo il punto di evoluzione di questi ultimi decenni? Siamo convinti che un tweet o un post possano risolvere un problema di partecipazione e di democrazia?

Perché, se è vero, che possiamo, in tempo reale, essere informati e commentare ogni tipo di notizia, stiamo perdendo, forse inesorabilmente, la capacità di confrontarci tra idee differenti, di trovare punti di incontro e di mediazione: la crisi, anziché facilitare l’idea che sia necessario uno sforzo aggiuntivo in termini di comprensione e di equilibrio (trovandoci in una situazione di risorse scarse) accentua questa incapacità di proporre soluzioni, facendo intravedere solo la scorciatoia, che non porta lontano.

Una crisi che ci porta a chiudere, ogni giorno sempre di più, l’idea che la società si basi su principi di condivisione e di partecipazione, rafforzando, viceversa, la tendenza a interrompere ogni forma di scambio, riducendo la nostra vita a un insieme di solitudini.

Diventa molto più complicato, in questo modo, far crescere desideri e aspettative, quegli ideali che servono a far diventare più viva una comunità, grazie agli ideali e all’idea di poter contribuire al cambiamento del mondo.

Ogni periodo ha una sua condizione caratterizzante; dagli anni dell’impegno siamo passi al riflusso e al disimpegno. Oggi sembrerebbe che molti muri siano caduti e che la democrazia digitale renda tutto più facile e diretto: sicuri che sia realmente così?

Perché, se è vero che possiamo far circolare più facilmente idee e opinioni, è pur vero che stiamo perdendo il gusto del confronto: è presente, sulla rete, un sentimento strisciante di ostilità per chiunque non la pensi come noi.

Si è convinti che tutto faccia schifo, che la politica sia un costo e un fardello, che la casta abbia in mano il destino di tutta la nazione e che l’unica scelta possibile sia un cambio radicale: non a caso gli slogan più frequenti sono stati improntati alla rottamazione, alla demolizione, alla distruzione. Un desiderio, un po’ semplificato, di veder cancellato il passato per risorgere, non si sa bene, neanche, con quali regole e con quali obiettivi.

Perché se la trasformazione e l’innovazione sono realmente un’esigenza irrinunciabile, sembra un po’ sbrigativo immaginare di rifondare un sistema senza aver stabilito regole, equilibri e competenze, come se, la complessità delle società moderne, potesse basarsi su soluzioni preconfezionate, attraenti ma poco realistiche.

Quell’impegno, lo stesso che la Tobagi ci restituisce in modo così diretto, oggi non è più possibile: quelle stesse strutture, che siano i partiti politici, il sindacato o la scuola, hanno modificato la loro struttura organizzativa e, per motivi diversi, non riescono a svolgere la funzione di entità di aggregazione e di confronto. Immersi come siamo, in un dibattere quotidiano che, troppo spesso, degenera, in urla e insulti, senza aver più la capacità di argomentare e riflettere con la necessaria calma e con la forza delle idee e non con le schermaglie dei talk show.

Gli ultimi anni ci hanno abituato a schieramenti fondati sull’essere “contro”, dove, a prescindere, fosse necessario stare per contrappunto, per negazione. Dove, in tanti casi, la politica è stata messa in subordine a un’idea “giudiziaria”, lasciando che indagini, intercettazioni e processi svolgessero il necessario compito di assicurare il ricambio della classe dirigente. Anni passati ad ascoltare resoconti di dibattiti processuali seguiti a un susseguirsi di scandali e ruberie, da tangentopoli in poi il binomio politica-corruzione si è fatto sempre più stretto, lasciando ben poco spazio alle idee e agli ideali. Una generazione ha praticamente perso l’opportunità di contribuire alla crescita dell’Italia, restando ai margini, subendo la fase più aspra di una crisi sociale e politica, osservando come le altre nazioni cercassero di progredire ed evolvere mentre, qui, ancora oggi, si continua a ballare sul Titanic che naviga verso l’iceberg.

Si dirà, c’è la rete, dove ognuno può dire ciò che pensa e dibattere, ma, secondo me, non è la stessa cosa: la rete può essere un grande inganno dove si può credere di partecipare a un programma o a una discussione ma senza una reale possibilità di confronto, inteso in modo costruttivo e di scambio. La rete incanala, in un grade fiume carsico, tutta l’insofferenza per un sistema che sembra non essere più in grado di reagire, dove la comunicazione politica è solo annunci e schermaglie, dettate da abili ghost writer ma con pochissimi effetti sulla realtà di ciascuno di noi.

Molto più frequente di quanto si pensi può capitare di trovarsi in situazioni dove è sufficiente un aggettivo per scatenare una reazione, un attacco veemente che non si giustifica semplicemente solo per il fatto che si sia espressa un’opinione: il passo, da qui, a veder bruciare un libro o lanciare delle sentenze, è fin troppo breve e descrive, meglio di altri, un periodo dove rancore e livore prendono il posto di partecipazione e condivisione.

Un rancore che spesso si cela dietro l’idea che la rete sia un velo dove nascondersi, grazie a pseudonimi e avatar, rinunciando alla dignità di difendere le proprie idee mettendoci la faccia e lasciando, piuttosto, il posto a una strisciante sequenza di piccole offese e ingiurie, fin troppo gratuite, con la sicurezza di una distanza offerta dalla rete.

Non è così che le cose possono cambiare per davvero: è necessario esserne consapevoli per capire dove si sta andando e cosa serve per creare un modello di partecipazione fondato sulla democrazia e il rispetto degli altri. Ecco perché 140 caratteri non possono bastare per tenere aperto un dialogo, ma, soprattutto, per sintetizzare il desiderio di far crescere una comunità viva, per costruire il Futuro, in un Paese normale.

Sappiamo bene cosa abbiamo vissuto e cosa vorremmo veder realizzato per poter rinunciare a quell’impegno, a quell’idea che preferisce l’insieme alla solitudine.

A quarant’anni di distanza servirebbe riscoprire quella voglia di crescere “insieme”, quell’idea che percorre tutte le pagine di Una stella incoronata di buio: per rinunciare a questa solitudine che invade e distrugge tutto ciò che facciamo, bruciando speranze ed entusiasmi.

17 febbraio 2014
a cura di Andrea Ferraretto

Andrea Ferraretto

ROMA. Una laurea in Economia e commercio alla Sapienza che risale al secolo scorso. Consulente WWF Italia fino al 1996, dal 1996 al 2008 consulente del Ministero dell’Ambiente, attualmente per la Provincia di Roma. Nel frattempo docente a contratto all’Università di Camerino e di Siena. Sviluppo locale e politiche della sostenibilità ambientale sono i temi che coniugo nel lavoro che svolgo, proponendo azioni per la competitività territoriale. Convinto che scripta manent sia un motto da tradurre in realtà ho scritto numerosi articoli e contributi in libri e manuali, sempre con l’obiettivo di proporre un nuovo modo di governare le politiche ambientali. Questi anni sono serviti anche per proporre, dicendo cose scomode, un approccio critico per una visione green dell’economia che, soprattutto in Italia, è spesso solo superficiale e fatta a parole. Un blog, Quattro passi nei parchi, su La Stampa – Tuttogreen, con qualche incursione nei temi delle politiche ambientali. Collaboro con T-Mag, il Magazine di Tecnè, con commenti e articoli.