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Pubblicato il 25/03/2014 Da in Sociale

Diritti o favori? Il cambiamento dovrebbe iniziare da qui.

Nella primavera del 2014 saranno più di 4.000 i Comuni, grandi e piccoli, che andranno alle urne per rinnovare i propri consigli comunali ed eleggere i Sindaci.

Non sarà una passeggiata e neppure un’occasione da sprecare, discutendo di tutto e di niente, perdendo la capacità di riflettere su cosa sono le comunità e cosa serve per farle funzionare.

Servirebbe ripercorrere l’allegoria del Buon Governo, quella affrescata dal Lorenzetti, a Siena, nel 1338, dove l’idea del governo della città è delineata con una chiarezza che oggi, con gli strumenti di comunicazione che abbiamo a disposizione, ce la scordiamo.

Vivere in una città dovrebbe significare, in primo luogo, appartenere a una comunità, dove sono condivisi diritti e doveri, regole che fanno sì che la convivenza sia un valore positivo. Regole e spazi che, assieme, costituiscono il capitale sociale, elemento fondante di una comunità e della sua identità.

Dovrebbe significare poter usufruire di servizi pubblici come il trasporto, la scuola, l’assistenza sanitaria, la gestione dei rifiuti, le aree verdi, le zone dove praticare sport, …, . Dovrebbe significare poter godere del patrimonio culturale e del paesaggio, in una logica di rispetto reciproco, dove ciascuno è membro della comunità e dà il proprio contributo affinché i beni comuni siano una ricchezza e un’opportunità per il futuro.

Dovrebbe significare poter partecipare allo sviluppo della città, fornendo il proprio contributo in termini di proposte ma anche con forme di cittadinanza attiva attraverso le associazioni, i comitati. La partecipazione è la grande assente nei modelli attuali eppure, stranamente è proprio questo fattore a rappresentare l’opportunità per il rilancio e la rigenerazione delle aree urbane.

Sempre più spesso si sente parlare di smart cities, città che, grazie all’intelligenza, sanno crescere e diventare luoghi dove si sperimenta e si innova ma, e qui sta il bivio, attraverso innovazioni che non sono soltanto ipertecnologiche ma che, viceversa, sono in grado di mettere al servizio della città la sapienza e la saggezza di usi intelligenti del territorio e delle risorse urbane, in primis la cultura e l’ambiente.

Perché intelligenza e partecipazione possono essere, realmente, la base sulla quale fondare un nuovo modo di interpretare le politiche pubbliche. Un esempio può essere la gestione del verde urbano, dove non intendere più soltanto con un approccio estetico e decorativo ma attribuendo funzioni al significato di aree verdi. Che si tratti di parchi, giardini, facciate, orti urbani, sono tutti spazi che svolgono funzioni di ripristino ambientale, di recupero e mantenimento di equilibri ecologici, a favore della biodiversità e della capacità degli ambienti di essere resilienti, cioè in grado di adattarsi ai cambiamenti e di resistere agli shock. Anche questo è cambiamento; anche questo è un cambiamento intelligente, perché richiede una diversa capacità di progettazione e un diverso coinvolgimento dei cittadini e del ruolo degli investitori privati: un cambiamento di logica che vede un ruolo determinante nella creazione di partnership pubblico-privato anche in un settore che, tuttora, è considerato residuale e marginale ma che, piuttosto, può essere determinante nell’adottare politiche ispirate dall’ urban design.

Partecipazione e trasparenza che devono significare anche accesso ai dati e disponibilità di utilizzo per monitorare e conoscere, valutando le politiche pubbliche e rendendo le stesse condivise. Un esempio di monitoraggio civico, a partire da open data e urban data può essere il progetto Monithon che vede, lungo la penisola, gruppi di cittadini attivi nell’osservare e valutare i risultati degli interventi finanziati con i fondi europei.

Se la politica perde di vista questo modo di gestire la città e trasforma i diritti dei cittadini in favori da contrattare con le singole corporazioni si perde l’idea stessa di comunità: si innesca un meccanismo di scambio senza alcun vantaggio per la collettività ma solo per i più forti.

La mancanza di asili nido, il trasporto pubblico inefficiente, per fare degli esempi, non possono essere semplicemente scambiati con il ricorso alla spesa dei singoli: chi può permettersi di pagare gode di questi servizi e chi è escluso resta fuori. Una logica che, a parole, vorrebbe sembrare moderna e liberista ma che, in realtà, scarica sui cittadini i costi di un’inefficienza cronica, accumulati in decenni grazie all’assenza di visione e di rispetto del bene comune dove, a crescere, è solo la sfiducia e la rassegnazione.

È per questo motivo che le smart cities, quelle vere, stanno procedendo nella direzione della sharing economy, l’economia della condivisione, dove servizi e beni pubblici sono elementi da gestire e tutelare per garantire occasioni di sviluppo per la comunità urbana. Sempre più spesso, guardando agli esempi di città europee e del Mondo, capita di comprendere quanto il concetto di smart city sia legato, intimamente, al concetto di smart gov e smart citizen: le città non possono essere più intelligenti soltanto perché adottano qualche app per smartphone quanto, piuttosto, se sono in grado di cogliere le opportunità di trasformazione e di adattamento.

Soprattutto non può esistere un solo modo di gestire la città, senza una visione, senza la capacità di programmare investimenti e crescita sociale e l’alibi, per questo modello, non può essere, sempre e soltanto, la mancanza di fondi. Perché il cambiamento impone la necessità di rivolgere in altre direzioni gli investimenti, per assicurare maggiore efficienza ed efficacia a un modello di sviluppo che sia, veramente, sostenibile e durevole.

Città più sole, dove ciascuno conta meno, città impaurite e senza futuro sono il paradigma da contrastare. Questa dovrebbe essere la sfida da cogliere, per costruire una nuova economia delle aree urbane, dove intelligenze e partecipazione siano pilastri sui quali fondare capacità di innovazione e di trasformazione.

Questi sono motivi molto validi per far sì che le elezioni amministrative non siano soltanto un rituale inutile, trasformato nel derby tra politica e antipolitica quanto, piuttosto, come l’occasione per cambiare il modo stesso di pensare le città (e non solo le città).

25 marzo 2014
a cura di Andrea Ferraretto

 

Andrea Ferraretto

ROMA. Una laurea in Economia e commercio alla Sapienza che risale al secolo scorso. Consulente WWF Italia fino al 1996, dal 1996 al 2008 consulente del Ministero dell’Ambiente, attualmente per la Provincia di Roma. Nel frattempo docente a contratto all’Università di Camerino e di Siena. Sviluppo locale e politiche della sostenibilità ambientale sono i temi che coniugo nel lavoro che svolgo, proponendo azioni per la competitività territoriale. Convinto che scripta manent sia un motto da tradurre in realtà ho scritto numerosi articoli e contributi in libri e manuali, sempre con l’obiettivo di proporre un nuovo modo di governare le politiche ambientali. Questi anni sono serviti anche per proporre, dicendo cose scomode, un approccio critico per una visione green dell’economia che, soprattutto in Italia, è spesso solo superficiale e fatta a parole. Un blog, Quattro passi nei parchi, su La Stampa – Tuttogreen, con qualche incursione nei temi delle politiche ambientali. Collaboro con T-Mag, il Magazine di Tecnè, con commenti e articoli.

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