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Pubblicato il 07/11/2013 Da in Sociale

Credere in noi stessi. Per sognare un futuro diverso

Il caffè sa di bruciato, il cornetto è di quelli con appena una punta di marmellata, insapore. Colazione indigesta, questa mattina, sul treno che fila veloce verso Milano. Ho lasciato Roma che era umida, il tempo di una doccia l’amaro fine settimana è finito in archivio. E sì che le premesse per un bel weekend c’erano tutte: rivedere Carola e Fausto, ascoltare come sempre mille idee, immergermi nei loro progetti con la stessa leggiadria con cui un nuotatore si muove in piscina.

Invece no: Carola ha mollato tutto, torna nel paesino del barese dov’è nata, quello che ha sempre amato “perché non ci vivo più”: lavorerà nel negozio della madre. Fausto ha accettato un’offerta “irrinunciabile: chi altro me li dà 1.200 euro netti al mese con la tredicesima?”.

Ostentano felicità. Nascondono, sotto quei sorrisi tirati come i muscoli di un bodybuilder dopato, il proprio fallimento.

Conobbi entrambi alcuni anni fa, eravamo un bel gruppo di persone creative: Carola pareva destinata a diventare una pr imbattibile, grazie a caparbietà e conoscenza delle lingue; Fausto era impegnato nel marketing alberghiero, ci raccontava di come migliorare l’ospitalità, importare servizi nati a New York e Londra, trovare innovative strategie di business.

Erano entrambi in stage.

Una volta, due, tre… acquisivano competenze, perdevano determinazione. Poi qualche opportunità mancata, le regolari delusioni a cui il mondo del lavoro ti mette di fronte, alcuni amici che ottenevano successi e loro ancora a inseguire una strada. Che, nel frattempo, sembrava ricoprirsi di olio e ostacoli, fino a inerpicarsi su colline che diventavano montagne. A un certo punto, hanno detto basta. Lo hanno fatto entrambi la scorsa settimana, i messaggi che ho ricevuto su Facebook erano pressoché identici: “Ho preso una decisione importante, cambio vita!”. Una frase che, dietro l’apparente lato positivo, nascondeva un piccolo grande dramma.

I genitori di Carola le hanno chiesto di tornare per aiutare la madre nel negozio di abbigliamento, non se la sono più sentita di pagarle l’affitto e i Master e gli sfizi. Fausto ha risposto ad alcuni annunci e ha trovato l’agognato posto fisso: lavorerà come impiegato in una ditta di spedizioni.

ragazzo-tristeEntrambi, ora, hanno un vero stipendio.

Entrambi, ora, ripongono nel cassetto e le speranze e le esperienze di questi anni.

Si dicono felici. Io sono triste per loro. E incavolato. Mi girano le scatole perché viviamo in un Paese dove la meritocrazia è un optional e fa sì che storie come queste siano all’ordine del giorno. Valgono, Carola e Fausto. Anche se… sono incavolato pure con loro: perché hanno perso la voglia di combattere, di cambiare il sistema lavorativo di questa Italia, di andare oltre le difficoltà per ottenere il proprio posto nel mondo.

Rimango zitto sul mio sedile, fisso la poltrona vuota davanti a me.

Viaggio in seconda classe.

E medito su come, tutti, possiamo partecipare alla trasformazione dell’universo lavorativo italiano in un sistema di prima classe. Incominciando da qui: Carola, Fausto, la paura di non farcela è una bestia che morde. Usatela come arma, non lasciatevi masticare dall’infelicità.

 

7 novembre 2013
a cura di Alessandro Rimassa
Direttore della scuola di comunicazione
e management di IED
Istituto Europeo di Design,
e autore di Generazione Mille Euro

 

PS: questa è una storia vera. La storia di quei tanti che smettono di sognare e si adagiano su una vita ordinaria, senza sapere che quella ordinarietà prima o poi finirà e accadrà quando recuperare i propri sogni sarà ormai difficilissimo.

 

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Alessandro Rimassa

Direttore della scuola di comunicazione e management di IED (Istituto Europeo di Design) e autore di Generazione Mille Euro

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