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Pubblicato il 27/05/2013 Da in Sociale

Convenzione di Istanbul

Un primo passo nella prevenzione alla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica

11 maggio 2011: il Consiglio d’Europa apre alla firma la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

27 settembre 2012, Strasburgo: alla presenza del Vice Segretario Generale del Consiglio d’Europa, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali con delega alle pari opportunità, Elsa Fornero, firma la Convenzione di Istanbul.

Dall’11 maggio 2011 ad oggi sono ben 25 le firme non seguite da ratifica. Solo 4 gli Stati firmatari che hanno provveduto alla ratifica della Convenzione: la Turchia (14/3/2012), l’Albania (4/02/2013), il Portogallo (5/02/2013) ed il Montenegro (22/04/2013), e per entrare in vigore la Convenzione di Istanbul dovrà essere ratificata da almeno dieci Stati di cui otto dovranno essere Stati membri del Consiglio d’Europa.

Sono date e numeri che si sovrappongono a quelli della lista delle donne vittime di violenza, fatta di numeri non ufficiali, un tragico bollettino di guerra che ci troviamo a dover aggiornare giorno dopo giorno, tra le pagine della cronaca ed i servizi dei telegiornali. Solo nel 2012 in Italia le donne vittime di violenza sono state 124. Date e numeri che pesano, e che sicuramente rendono ancora più decisive le date del 27 e 28 maggio 2013, giorni in cui il Parlamento sarà chiamato a decidere sulla ratifica della Convenzione di Istanbul.

La Convenzione costituisce, oggi, il Trattato internazionale di più ampia portata, pensato e scritto per affontare il problema della violenza sulle donne e la violenza domestica in un’ottica non solo repressiva ma soprattutto di prevenzione e sensibilizzazione di massa. In 81 articoli troviamo il riflesso di una realtà troppo spesso mascherata, dimenticata, non riconosciuta, fatta di violenze familiari, violenze sessuali, matrimoni forzati, delitti che, ancora oggi, vengono spesso chiamati “d’onore”, di violenze psicologiche, mutilazioni genitali femminili e di aborti forzati.

Il preambolo della Convenzione per la prima volta riconosce e definisce la violenza contro le donne come “manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini ed impedito la loro piena emancipazione”: un problema strutturale, quindi, inquadrato ed affrontato in maniera organica.

Il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto con la Convenzione di Istanbul diventa l’elemento chiave per prevenire e combattere la violenza contro le donne.

Non si tratta solo di libertà sessuale della donna come diritto, ma del riconoscimento di una sua dignità, della sua libertà latu sensu, della capacità di autodeterminarsi: tutto ciò non può e non deve trovare una limitazione nella cultura, negli gli usi e costumi, nella religione, nella tradizione o nel cosiddetto “onore”.

Se da una parte troviamo espresse la necessità di protezione, assistenza alle vittime attraverso la predisposizione di case rifugio, linee telefoniche di sostegno, supporto e tutela dei bambini testimoni delle violenze e la previsione di sanzioni penali, dall’altra – finalmente – viene esplicitata la necessità di una prevenzione di ampio respiro.

Come? Guardiamo agli artt. 12, 13, e 14 della Convenzione, dove finalmente trova espressione la necessità di adottare “misure per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, per eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini”.

Solo parole? No.

Agli Stati viene richiesto di mettere in atto, regolarmente e ad ogni livello, campagne o programmi di sensibilizzazione, puntando sulla maggiore cooperazione tra istituzioni nazionali per i diritti umani e organismi competenti in materia di uguaglianza, società civile e ONG. L’obiettivo comune diventa il raggiungimento di una maggiore consapevolezza e la comprensione da parte del vasto pubblico di tutte le forme di violenza oggetto della Convenzione, delle loro conseguenze, della necessità di prevenirle e delle misure a tal fine disponibili.

Ed ecco ancora l’art. 14 in merito alla necessità “se del caso, di predisporre tutte le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi”.

Alla luce di tali contenuti appare evidente come la ratifica della Convenzione di Istanbul da parte dell’Italia attesa in questi giorni sia un atto di civiltà, un primo passo non solo per la tutela delle donne e dei bambini ma di tutta la società nel suo complesso, e come tutta la società sia chiamata, oggi, ad un ruolo attivo per garantirne la concreta attuazione.

27 maggio 2013
a cura di
Antonella Cataldo e Marion Sarah Tuggey

Leggi anche: Cominciamo a leggere la Convenzione di Istanbul. Riflessioni a cura di Annabella Brumana.

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Antonella Cataldo

TORINO. Nata a Torino nel 1974, dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureata in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Torino nel luglio 2000. Avvocato civilista, iscritta all'Albo degli Avvocati di Torino dal 2005, si occupa in particolare di tematiche legate alla famiglia ed alle dinamiche familiari nei procedimenti di separazione e divorzio. Impegnata nel volontariato, grazie all'attività decennale svolta nell'ambito di associazioni a sostegno della famiglia ha potuto maturare e sperimentare l'importanza del lavoro di équipe e dell'approccio ai problemi improntato alla multidisciplinarietà. Da sempre innamorata delle parole e del teatro.

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