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Pubblicato il 28/06/2013 Da in Sociale

Convenzione di Istanbul: riflessioni

Cominciare a leggere la Convenzione di Istanbul è come aprire un libro e sperare che ci sia tutto quello che ti aspetti, che vorresti. Che non manchi nulla, e che sia, possibilmente, una “storia vera”.

Come tutte le Convenzioni Internazionali porta con sé il carico di incognite legate ai “delicati” equilibri politici, al grado di attenzione che sarà in grado di riscuotere nelle aule degli organi legislativi dei singoli Paesi. Meccanismi, insomma, che ci passano sopra la testa, complice, di solito, un’informazione schizofrenica che rivolge una finta attenzione – lacrimosa e stucchevole, spesso povera di rispetto – per il singolo caso di cronaca, ma che passa quasi sotto silenzio se testi destinati a diventare legge rischiano di restare, senza una giustificazione plausibile, solo “testi”.

E, fra l’altro, questo non sarebbe che il primo scoglio. La ratifica della Convenzione deve poi essere seguita da un’azione legislativa ad hoc, con l’adozione di nuove norme o la modifica di quelle esistenti ma non adeguate, sia di diritto sostanziale che processuale.

Ad onor del vero, leggendo gli 81 articoli della Convenzione scorgiamo contenuti che, in qualche modo, già appartengono al nostro ordinamento (legge sullo stalking, ad esempio, la previsione di determinate aggravanti, le misure di protezione), ma è innegabile che, coordinati in un contesto come quello suggerito dalla Convenzione di Istanbul possono dare vita ad un sistema di prevenzione, repressione e protezione più efficace.

È importante che il testo di questa Convenzione venga fatta conoscere ora, mentre transita nelle aule del nostro Parlamento, mentre continuano, nella vita di tutti i giorni, gli episodi di violenza devastante, molti dei quali non verranno mai neppure alla luce, magari nascosti a poca distanza dai nostri occhi disattenti.

È per questo che dobbiamo “farla nostra” prima ed indipendentemente da quello che succede in Parlamento, che pure non possiamo passare sotto silenzio.

Sono molti gli spunti importanti e positivi di questa Convenzione, sotto vari profili, non solo giuridici.

In primo luogo, sembra voler veramente “partire” dalla realtà, dal terreno in cui si vuole seminare, e dare molta importanza alla prevenzione, nella consapevolezza che la repressione da sola non basta.

Senza ripetere quanto già scritto da Antonella Cataldo e Marion Sarah Tuggey, nonostante l’attenzione sia più focalizzata sulla violenza contro le donne, vista come una forma tanto più grave di reato in quanto espressione di una percezione distorta e discriminatoria del rapporto fra i sessi, radicata socialmente, sin dal Preambolo è chiaro che non si tratterà solo di “fare leggi per le donne”.

Si riconosce che anche gli uomini possono essere vittime di violenza domestica; si evidenzia che i bambini ne siano vittime, non solo come diretti destinatari, ma anche come testimoni di atti violenti all’interno della famiglia. E questo, oltre al trauma immediato, ne fa potenziali replicanti, per cui a maggior ragione la tutela e la prevenzione devono andare di pari passo: proteggerli ora, educarli per sempre.

La lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, intesa come abusi perpetrati da soggetti che hanno o hanno avuto legami di familiarità con le vittime, potrà essere vinta non solo con leggi adeguate e puntualmente applicate, ma anche (e soprattutto) con un serio lavoro di “prevenzione” a partire dai primi anni di vita, dalle famiglie, nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi di lavoro (dove peraltro da tempo si affronta il problema delle molestie sessuali), che arrivi capillarmente, che diventi “pane quotidiano”. Spesso nel testo si legge del necessario coordinamento fra il pubblico ed il privato, che sempre più spesso si fa parte attiva (a volte unica) per l’assistenza e la prevenzione a livello sociale.

Alla prevenzione è dedicato un intero Capitolo della Convenzione, il terzo.

All’art. 12 (Obblighi generali) i Paesi contraenti si obbligano ad agire per promuovere “i cambiamenti dei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini”.

È importante sottolineare come tutti, uomini e donne, siano ad un tempo destinatari di tutela, repressione, dove occorra, con particolare attenzione ai diritti umani delle vittime, ma anche e soprattutto artefici di un cambiamento radicale.

I membri della società vanno “incoraggiati” (Comma 4 art. 12) a contribuire attivamente alla prevenzione di ogni forma di violenza contro le donne o domestica.

Particolare attenzione è data alle “tradizioni, usi e costumi”, che in vario modo hanno sancito la diversità fra uomo e donna come superiorità del primo ed inferiorità della seconda. Si prende atto della loro esistenza, si indicano chiaramente quelli da reprimere come reati gravi (ad esempio art. 37-38-39), ma contemporaneamente si fa leva sulla sensibilizzazione (art. 13 ) e sull’educazione a partire dalle scuole di ogni ordine e grado, con inserimento nei programmi (Art. 14) di temi sulla parità dei sessi, il superamento di stereotipi, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali (che tanto richiama la Mediazione delle Controversie Civili e Commerciali, nata a livello europeo, che in Italia non riesce a superare chiusure anche culturali).

Altro aspetto, anche l’attenzione al settore dell’informazione e della comunicazione, dove però si sollecitano più in particolare interventi a favore del pubblico dei destinatari. Dato per assodato che tramite questi canali siano diffusi contenuti a volte svilenti, denigranti e “potenzialmente nocivi” rispetto al rapporto fra i sessi, la Convenzione sollecita interventi atti a promuovere la capacità dei bambini genitori ed insegnanti ad affrontare tali contenuti.

Tutti questi contenuti, sanciti dalla Convenzione, necessitano, però, di adeguate norme che li concretizzino e realizzino, in ogni singolo Paese, strumenti operativi efficaci e funzionanti, con le professionalità ed i fondi adeguati.

28 giugno 2013
a cura di Annabella Brumana

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Annabella Brumana

LECCO. Avvocato dal 2001. Dal 2012 Mediatore Civile iscritta all’Organismo di Mediazione dell’Ordine degli Avvocati di Lecco. Mamma di Siria, 8 anni. Adoro le favole per bambini e siccome piacciono molto anche alla mia piccola, spesso mi tocca inventarle al momento... Lettura, colori, buona tavola, sport, aria aperta, creatività le mie passioni… stare in movimento, con la mente, il corpo, il cuore, scoprire nuove strade. Se potessi, andrei tutti i giorni a correre al mare, sulla spiaggia!

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