scarpe-rosse

Pubblicato il 03/10/2013 Da in Sociale

Dopo la Convenzione di Istanbul. Cosa conta davvero.

donna-convenzione-istanbulÈ già passato qualche mese dalla ratifica della Convenzione di Istanbul, mesi di entusiasmo, giorni durante i quali si è parlato di passi avanti, di garanzie per il rispetto e la maggiore tutela delle donne.

In applicazione di quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul è stato pubblicato anche un decreto legge, il numero 93 del 14 agosto 2013, un provvedimento d’urgenza che ha fatto tirare sospiri di sollievo, almeno in un primo momento.

Qualcosa si è incominciato a muovere e tutto questo non poteva che alimentare le speranze e gli entusiami un po’ troppo facili.

Troppo facili perché, in fondo, si è pensato ad un intervento contro la violenza di genere limitato all’aspetto repressivo, rendendo più incisivi gli strumenti di repressione penale dei fenomeni di maltrattamenti in famiglia, della violenza sessuale e degli atti persecutori e perdendo di vista l’aspetto della prevenzione, relegato ai margini del provvedimento.

Non si è pensato ancora a quelle donne che alla denuncia non riescono e non riusciranno mai ad arrivare.

È difficile ammetterlo ma, oggi come ieri, ci sono ancora donne che non riescono a riconoscere le forme di violenza alle quali sono quotidianamente sottoposte.

Non parlo solo delle violenze fisiche, ma delle pressioni psicologiche, di carattere economico, della violenza anche solo verbale.

Uno stillicidio di insulti, di frasi denigratorie ripetute nel tempo finiscono con il distruggere una donna, ed è una morte lenta che forse non finirà in nessun necrologio, ma che segnerà comunque la fine di una persona.

In molte realtà, del Sud come del Nord Italia, si pensa ancora che le questioni di famiglia debbano rimanere in famiglia, chiuse fra le mura domestiche.

Che sarà mai uno schiaffo, una battutina di troppo, un po’ di gelosia, il divieto di frequentare amiche o di uscire senza il permesso del proprio compagno? Il matrimonio non può essere sempre rose e fiori, ci vuole pazienza, ci sono passate tutte, dalle nonne, alle mamme, alle zie e non è successo nulla.

In fondo per molte donne è stato sempre così, un pezzo del corredo tramandato di generazione in generazione come un qualcosa di normale.

E così continuerà ad essere anche per le figlie di quelle madri che continuano a sopportare per il bene della famiglia, senza comprendere che quell’aria di violenza respirata dai propri figli finirà per segnare anche le loro relazioni future.

Per queste donne la separazione e il divorzio sono un atto estremo di ribellione e di difesa, che non sempre verrà compreso e appoggiato da parenti, amici e conoscenti.

Per queste donne sarà tutto più difficile.

Queste sono le donne che difficilmente arriveranno alle porte di un commissariato, che forse non riusciranno mai a dire “basta”, ma alle quali lo Stato deve pensare.

Queste sono le donne che, con l’aiuto di uno sportello di ascolto, di un centro anti-violenza, con il necessario sostegno psicologico ed economico possono e devono sperare di riuscire ad affrancarsi da una realtà fatta di violenza.

Parlare di queste donne significa affrontare necessariamente il problema della realtà sociale in cui si trovano e ci troviamo a vivere.

È doveroso invitare la collettività a segnalare episodi di violenza e a dare sostegno alle donne, ma chiediamoci, anche, se la collettività a cui il legislatore si rivolge sia davvero in grado di riconoscere la violenza che dovrebbe denunciare.

Ci sono persone che, ancora oggi, più o meno apertamente, sostengono che la violenza alla quale stiamo assistendo dipenda dall’emancipazione della donna, dalla sua voglia di indipendenza economica, dalla carriera, dal suo modo di vestire.

Tra le righe sembra di leggere che, in fondo, siano le donne che “si vanno a cercare i guai”.

È tutta questione di cultura.

E anche nell’ultimo discorso del Presidente del Senato, Pietro Grasso, in occasione del Convegno “Convenzione di Istanbul e Media” si pone giustamente l’accento sulla cultura e sul ruolo che i media hanno o dovrebbero avere nella lotta alla violenza di genere.

E il pensiero allora va a certi titoli ad effetto delle ultime settimane dove si è parlato di killer della brasiliana, della ragazza con il trolley, della escort, finendo, inevitabilmente e tristemente, per ingenerare opinioni circa la moralità di donne che, comunque, non avrebbero dovuto morire così.

Eppure tutto questo sembra così maledettamente normale da non destare più alcuna osservazione, alcuna reazione.

Così come quelle pubblicità che vedono le donne “protagoniste”, messe al centro di una discutibile forma di arte.

Anche questa è la cultura che dovrebbe cambiare.

Puntare sulla formazione di quei giovani che faranno la pubblicità e l’informazione del futuro, alimentare in loro il gusto del bello e del rispetto diventa un obiettivo dal quale non si può e non si deve più prescindere.

Queste sono le belle parole che la Convenzione di Istanbul, le leggi ed il buon senso possono sollevare all’attenzione di tutti, ma alla fine quello che conta oggi, è riuscire a predisporre un piano serio di finanziamento dei numeri di emergenza, delle strutture di accoglienza, dei centri anti-violenza, che sono a rischio chiusura.

Non aspettiamo di leggere il nome di altre donne uccise e finite sulle pagine di cronaca senza un perché.

3 ottobre 2013
a cura di Antonella Cataldo

Tags : , ,

Antonella Cataldo

TORINO. Nata a Torino nel 1974, dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureata in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Torino nel luglio 2000. Avvocato civilista, iscritta all'Albo degli Avvocati di Torino dal 2005, si occupa in particolare di tematiche legate alla famiglia ed alle dinamiche familiari nei procedimenti di separazione e divorzio. Impegnata nel volontariato, grazie all'attività decennale svolta nell'ambito di associazioni a sostegno della famiglia ha potuto maturare e sperimentare l'importanza del lavoro di équipe e dell'approccio ai problemi improntato alla multidisciplinarietà. Da sempre innamorata delle parole e del teatro.

Comments are closed.