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Pubblicato il 08/11/2014 Da in Sociale

Muro di Berlino: 25 anni dopo altri muri continuano a bloccare il cambiamento

Quella sera, il 9 novembre del 1989, vidi l’edizione straordinaria del TG: fu un’emozione capire che stava succedendo qualcosa di memorabile, dove a crollare non era soltanto un muro di cemento e filo spinato ma un periodo storico che iniziava ad aprirsi.

Dopo 25 anni resta l’idea che altri muri debbano cadere, soprattutto muri mentali che impediscono che le idee camminino e facciano cambiare il Mondo: la libertà, i diritti, la democrazia, sono valori importanti e insostituibili e troppi muri e blocchi continuano a ostacolarli.
Muri che hanno, in qualche modo, contribuito a condizionare questi ultimi 25 anni: le speranze, quelle  che nutrivo 25 anni fa, hanno sofferto tante delusioni, bloccate e umiliate dall’opprimente realtà che a decidere dovesse essere qualcosa d’altro, leggi di mercato poco trasparenti e logiche che poco hanno a che fare con il futuro e la libertà.

Quella sera non c’erano smartphone e selfie ma la gioia era ugualmente tanta per poter credere che, tolto il muro, si potesse, finalmente, ricostruire un’idea di Europa che non dovesse esser fatta di blocchi contrapposti e di paure: invece dopo quella sera ritrovammo le guerre dietro casa, accorgendoci che la globalizzazione poteva essere un rischio se all’apertura di mercato non fosse corrisposto un governo dell’economia su basi solide e principi che, prima di tutto, fossero etici.
L’Italia continua a inciampare e a non trovare una strada per affrontare il cambiamento: 25 anni non sono stati sufficienti per rinnovare la società e la politica; siamo ancora qui avvitati in un labirinto fatto di scandali, ruberie, sciatteria e approssimazione. È come se la storia non avesse fatto il proprio corso, qui, in Italia: come se quell’onda di cambiamento che ha cambiato il resto del Mondo qui fosse passata senza lasciare traccia, lambendoci con la risacca ma senza toccare la nostra vita.
Come se il bisogno di cambiare non riguardasse l’Italia e fosse sufficiente restare a guardare quello che accade attorno a noi: un’assenza di desiderio che oggi, trascorsi 25 anni, paghiamo cara, con una nazione impoverita e ripiegata su se stessa, avendo rinunciato a costruire l’idea che l’innovazione la si fa tutti assieme oppure non la si fa.

Adesso parole come deindustrializzazione, senilizzazione, delocalizzazione, le leggiamo come sciagure perché non abbiamo saputo cogliere la sfida del cambiamento, restando arroccati in una logica che tende, sempre più, a renderci marginali e incapaci di partecipare all’innovazione.
Non si è investito nel capitale sociale e nella formazione: si è preferito adagiarsi nell’idea più comoda che altri avrebbero risolti i problemi per noi, senza preoccuparci di cosa serve per rendere davvero competitiva e innovativa una società. Lo spread, la recessione e la crisi si sono infiltrate dentro la nostra società, facendola diventare più impaurita, egoista e chiusa.
Adesso il futuro sembra molto più difficile, troppo carico di incertezze che sono aggravate dalla zavorra di decenni di ritardi, incapacità e assenza di visione: il lavoro, come il futuro, è diventato intermittente perdendo, è questo è particolarmente grave, quel sogno di costruire il proprio futuro, la vera spinta che permette di vedere oltre.

Quel 9 novembre è particolarmente lontano, ancorato a un’altra epoca, dove il mondo era più semplice, diviso tra buoni e cattivi, tra Est e Ovest: oggi quelle differenze non esistono più e le paure si infilano in modo molto più sottile nella nostra idea stessa di futuro. Sono paure che parlano altri codici, fatte di epidemie e fondamentalismi, terrorismi e ideologie che, in fondo, deteriorarono la nostra coscienza, rendendoci insicuri e timorosi, con meno sogni e più angosce.

Berlino è diventata, nel frattempo, una delle città più belle al Mondo, dove vivere e lavorare, capace di attrarre milioni di turisti: una città che ha investito nella riunificazione, comprendendo il valore della memoria e di una città che diventasse un valore. Camminare per le strade di Berlino fa tornare in mente periodi bui e fa crescere la voglia di guardare il Mondo con altri occhi, superando muri, ostacoli e barriere.
Quella Trabant che sfonda il muro, lo confesso, vorrei guidarla anch’io, per rompere uno degli schemi che bloccano l’Italia da troppo tempo.

 

a cura di Andrea Ferraretto
8 novembre 2014

 

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Andrea Ferraretto

ROMA. Una laurea in Economia e commercio alla Sapienza che risale al secolo scorso. Consulente WWF Italia fino al 1996, dal 1996 al 2008 consulente del Ministero dell’Ambiente, attualmente per la Provincia di Roma. Nel frattempo docente a contratto all’Università di Camerino e di Siena. Sviluppo locale e politiche della sostenibilità ambientale sono i temi che coniugo nel lavoro che svolgo, proponendo azioni per la competitività territoriale. Convinto che scripta manent sia un motto da tradurre in realtà ho scritto numerosi articoli e contributi in libri e manuali, sempre con l’obiettivo di proporre un nuovo modo di governare le politiche ambientali. Questi anni sono serviti anche per proporre, dicendo cose scomode, un approccio critico per una visione green dell’economia che, soprattutto in Italia, è spesso solo superficiale e fatta a parole. Un blog, Quattro passi nei parchi, su La Stampa – Tuttogreen, con qualche incursione nei temi delle politiche ambientali. Collaboro con T-Mag, il Magazine di Tecnè, con commenti e articoli.