Vigotskij

Pubblicato il 19/09/2013 Da in Cultura

La zona di sviluppo prossimale e la mia soddisfazione

Insegno Fisica nel biennio di un professionale.
Ho a che fare con 230 alunni, dei quali la maggior parte ha avuto almeno un insuccesso scolastico nel proprio curriculum.
Per rendere efficace il processo di insegnamento-apprendimento, lavoro sulla relazione con ciascuno di essi, convinta del fatto che una buona relazione docente-discente aiuti a innestare meglio tale processo.
La maggior parte di essi ha inoltre un livello di autostima molto basso. È naturale per loro registrare un insuccesso, piuttosto che un successo scolastico.

In queste condizioni di disagio, diventa davvero difficile proporre un insegnamento che sia efficace.
Sicuramente ci si deve svincolare dal metodo frontale. Può funzionare ancora tale metodo in scuole secondarie che siano state scelte perché l’alunno in questione ha voglia di studiare. Ma non vale lo stesso discorso in un professionale. Chi sceglie questa tipologia di scuola, pur avendo le capacità, ha poca voglia di studiare e una predisposizione alla manualità ed all’attività laboratoriale.

Si apprende attraverso il fare ed il fare pensando.
La Fisica si presta bene a tale attività, attraverso l’uso del laboratorio e l’applicazione del metodo induttivo che è più efficace, in questo contesto, di quello deduttivo.
Questa scelta, nell’insegnamento, comporta un notevole dispendio energetico ma anche tante soddisfazioni.
Riuscire a leggere negli occhi di un alunno la gioia per un successo conseguito, dopo svariati e svariati insuccessi, è davvero una grande soddisfazione.

E così, attraverso il rigore scientifico, ma anche una certa plasticità nell’interazione, si fanno delle iniezioni di autostima e un passo dopo l’altro l’alunno si scrolla da dosso quel senso di incapacità e di impotenza che lo schiaccia e inizia l’interesse e la voglia di apprendere.

Ad incoraggiarmi nel perseguire questa strada, sono stati gli studi fatti durante il conseguimento della specializzazione nel sostegno, sulla teoria di Vigotskij sulla zona dello sviluppo prossimale, secondo cui l’apprendimento del bambino o del ragazzo può venir facilitato dall’aiuto degli altri. La zona dello sviluppo prossimale secondo Vigotskij è infatti la distanza tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale, che può essere raggiunto con l’aiuto di altre persone, che siano adulti o dei pari con un livello di competenza maggiore. E questa teoria è efficace per liberare dall’insuccesso e guidare l’alunno verso il successo scolastico.

Inoltre, un altro strumento efficace è quello dei peer educators.
In genere, dopo aver spiegato un argomento, divido la classe in dei piccoli gruppi, in ciascuno dei quali è presente un alunno in grado di lavorare autonomamente, che si fa carico così dell’apprendimento dei compagni che sono in gruppo con lui.

Lo scorso anno scolastico, ricordo un mio alunno che non aveva alcuna voglia di fare una verifica e mi sono avvicinata a lui, incoraggiandolo perché non mi consegnasse in bianco. Iniziò così a rispondermi con un sacco di scuse, inventandosi tutti i malori possibili, fino a quando siamo giunti ad affermare che il suo era solo Mal di Fisica, perché non aveva studiato. Si sorprendono sempre quando non rimprovero il loro ammettere che non abbiano studiato. Come se non sapessi che chi sceglie quella tipologia di scuola è perché non ha voglia di studiare.

Dopo l’input fornitogli per svolgere la prova scritta, mi ha liquidata, chiedendomi di allontanarmi perché “sapeva” fare da solo. Poco prima della fine dell’ora mi sono di nuovo avvicinata a lui e l’ho invitato a consegnare la verifica, visto che con gli esercizi svolti il sei era assicurato. E ricordo il suo sguardo quando mi ha risposto: “Prof. mi lasci lavorare, perché ancora non è suonata. Non voglio il sei. Posso prendere di più.”

Mi veniva da ridere. E voleva consegnare in bianco…
Infatti, riuscì a prendere un voto tra il sette e l’otto, con mia somma soddisfazione.

a cura di Paola Toto
insegnante
12 luglio 2013

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Paola Toto

PADOVA. Paola Toto nasce in provincia di Lecce nel 1974. Sin dalla tenera età di sei anni trova nella scrittura il canale privilegiato che la lega al suo io più profondo. All’età di 12 anni scopre la passione per la Matematica che non la abbandonerà più. Si laurea e si addottora in Matematica presso l’Università del Salento e all’età di 29 è assunta a tempo indeterminato come docente in una scuola secondaria veneta, nel sostegno prima e in Fisica poi, fino ad oggi. Dal settembre 2004 vive e risiede a Padova. L’impegno scolastico è stato affiancato ad un altro tipo di impegno universitario legato alla ricerca scientifica in Logica Matematica. Ha a suo attivo un paio di pubblicazioni scientifiche. Da più di due anni riscopre la passione per la poesia, che aveva coltivato durante gli anni della preadolescenza e dell’adolescenza e che ha ereditato dal padre. Ha pubblicato due libri di poesie con Arduino Sacco Editore e tre antologie poetiche con altri autori.

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