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Pubblicato il 19/09/2013 Da in Cultura

I tagli alla scuola pubblica e alla ricerca

Conoscenza e divulgazione. La seconda rischia di essere sterile se manca la materia prima del sapere. Si rischia di comunicare a una cerchia troppo ristretta.

Da quando è entrato in vigore il sistema maggioritario, in maniera assolutamente bipartisan, ogni governo ha sentito il bisogno di intervenire sulla istruzione pubblica presentando progetti di riforma. Unico caso dell’Europa occidentale. Si sono accavallate riforme che hanno messo in ginocchio la scuola pubblica e la ricerca. Proprio sulla ricerca l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa. Queste riforme sono intervenute sui mezzi e sui metodi mai nella sostanza, mettendo in crisi tutto il sistema dell’istruzione e con esso il corpo docente, gli studenti e le famiglie. Ma la crisi della scuola ha anche cause indogene. Prima da studente, e poi da padre, ho vissuto due momenti storici molto diversi tra loro. Quella generazione che negli anni ’70 contestava il “nozionismo” e chiedeva maggiore interazione con la società, una volta diventata classe dirigente, non ha saputo tradurre le idee di quelle esperienze in fatti concreti. Sicuramente la scuola pubblica è stata umiliata sul fronte dei tagli economici e gli insegnanti sono stati mortificati. Pur tuttavia quella spinta propositiva negli anni è scemata. E’ venuto a mancare, in gran parte dei casi, quel ruolo di educazione, fondamentale in uno stato moderno. Non si è voluto creare quella simbiosi tra Università e mondo del lavoro. Si sfornano laureati che nella maggior parte dei casi vanno a ingrossare le fila della disoccupazione. E quei pochi giovani validi entrano nel mercato del lavoro americano e europeo.

Un paese che taglia la scuola pubblica e soprattutto la ricerca è un paese destinato alla marginalizzazione.

14 luglio 2013
a cura di Riccardo Colzi

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Riccardo Colzi

ROMA. Capo redattore centrale Tg3. Attualmente ricopro l’incarico di capo redattore centrale al Tg3. Ho iniziato nel 1981 nei giornali locali del gruppo L’Espresso. Praticantato alla Nuova Sardegna assunto dal direttore Alberto Statera. Poi tornato a Roma come capo servizio a Paese Sera.Quando il giornale chiuse nel 1990 fui chiamato al Tg3 da Sandro Curzi. In quegli anni mi sono occupato di cronaca giudiziaria, periodo Tangentopoli. Nel 1999 sono passato al Tg1 dove ho lavorato 11 anni come caporedattore al coordinamento centrale. Nel 2010 sono tornato al Tg3 diretto da Bianca Berlinguer.

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