cambiamo-tutto

Pubblicato il 23/06/2013 Da in Cultura

Genio e creatività italiana

Siamo gente speciale, non c’è che dire.

Nel bene e nel male, ci distinguiamo in tutto il mondo.
Ma il “bene” è davvero di eccellenza: creatività, arte, cucina, moda, la storia e l’attualità riportano spesso nomi di italiani che si distinguono, nel nostro Paese e all’estero.

Ora però non dobbiamo dimenticarlo.
Dobbiamo ricordarci, e far presente alle nuove generazioni, che abbiamo grandi potenzialità, da scoprire e da sfruttare.

Vi riporto un passo del libro “Cambiamo tutto! La rivoluzione degli innovatori” di Riccardo Luna, che ringrazio per la gentile concessione.
Vi lascio il link della videolettura che ho fatto per “Cambiamo tutto” e ve lo trascrivo.
Perché mi ha fatto pensare.
E poi mi ha fatto alzare dalla sedia, ancora una volta, per andare ad agire.

Buona visione e buona lettura.

Alessandra Giraldo
23 giugno 2013

 

Cambiamo tutto! Alessandra Giraldo: pronto, futuro? Ivrea non risponde.
L’incredibile storia di come l’Olivetti di Ivrea abbia sbattuto la porta in faccia ai nostri makers e ai loro progetti, rifiutando o non fiutando un futuro made in Italy per le tecnologie…

tratto da
“Cambiamo tutto. La rivoluzione degli innovatori”

“Non era la prima volta che il futuro bussava nella cittadina piemontese diventata famosa nel mondo per la Olivetti, una impresa che si era imposta non solo per l’innovazione dei suoi prodotti, ma anche per la sensibilità verso gli aspetti sociali del lavoro.
Poco dopo la morte del leggendario Adriano Olivetti, il figlio del fondatore, avvenuta il 27 febbraio 1960, le cose erano rapidamente peggiorate al punto da convincere i nuovi manager a fare cassa vendendo il 75 per cento della divisione elettronica a General Electric.
Dalla cessione si salvò, con un escamotage notturno, solo la Programma 101. Era il progetto di un giovane ingegnere torinese, Piergiorgio Perotto, 32 anni allora; e possiamo dire che quella fu la prima volta che il futuro bussò – invano – alle porte di Ivrea. Infatti la Programma 101 sarebbe diventato il primo personal computer della storia. Ma questo lo avremmo scoperto solo molto tempo dopo. Allora, infatti, Steve Jobs e Bill Gates avevano sette anni e frequentavano le scuole elementari. A quei tempi i computer erano tutto meno che personal: erano dei giganteschi scatoloni che occupavano intere stanze.
L’idea del team di Perotto, invece, fu quella di realizzare – come ricorderà cinquant’anni dopo il geniale designer della Programma 101, Mario Bellini – “un oggetto personale, qualcosa che potesse vivere con una persona, una persona con la propria sedia vicino ad una scrivania; e che avesse con la persona una relazione di comprensione, di interazione. Era una cosa abbastanza nuova perché allora i computer erano grandi come armadi e una persona non può avere una relazione con un armadio: gli armadi migliori sono quelli che scompaiono dietro le pareti. Ma quello che avevamo in mente noi non era un armadio o una scatola. Era una macchina progettata per far parte della vita personale di ciascuno”.
Era davvero il futuro.
Narrano le cronache che una notte del 1962 l’ingegner Perotto, con quel coraggio spericolato che si ha solo da giovani, cambiò la categoria del progetto da “computer” a “calcolatore” per evitare che, con la cessione del ramo d’azienda, finisse in mani americane. Ci riuscì e così il team, un piccolo gruppo di pionieri italiani, continuò a lavorare in un edificio oramai di proprietà di General Electric praticamente all’insaputa di tutti. Quando due anni più tardi il prototipo della Programma 101 fu pronto e funzionante, venne presentato con molta emozione ai dirigenti di Olivetti che risposero più o meno così': “Bel prodotto davvero, peccato che non abbia futuro”.
Già, peccato. Davvero.
L’ingegner Perotto ottenne comunque di poter esporre la P101 alla grande Esposizione Universale in programma a New York fra il 1964 e il 1965. Narrano le cronache che sebbene relegata in un angolino del Flushing Meadows Corona Park, la macchina della Olivetti divenne una delle star dell’evento al punto che fu necessario istituire un servizio d’ordine per gestire la folla di curiosi. Ben presto i primi esemplari vennero messi in vendita sul mercato americano con lo slogan “do-it-yourself computer” (computer fai-da-te): alla fine ne verranno venduti 44mila, uno anche alla Nasa, l’agenzia spaziale statunitense, che lo utilizzò per lavorare ai piani dello storico allunaggio dell’Apollo 11 nel 1969.
“Vedremo un computer su ogni scrivania prima di vedere due macchine in ogni garage!” era una delle profezie che si potevano leggere sui giornali americani dell’epoca. Ed effettivamente è andata così. Uno spot prometteva un traguardo sulla carta ancor più fantascientifico: “Usare il computer sarà facile come fare una telefonata o accendere l’auto”.
Nel 1969 la Hewlett-Packard copierà la P101 e sarà in seguito condannata a pagare 900mila dollari per violazione dei brevetti. Ma la morale della storia non è la multa: la morale della storia è che il computer stava davvero diventando personal ma la Olivetti, che nel frattempo aveva ceduto a General Electric anche il restante 25 per cento della divisione elettronica, si chiamava fuori dalla partita.
La rivoluzione digitale non sarebbe stata made in Italy”.

tratto da
“Cambiamo tutto. La rivoluzione degli innovatori”
cap. 2, pagg. 29-31
Riccardo Luna – Edizioni Laterza

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Alessandra Giraldo

TREVISO. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Referente Scuola Comitato Provinciale Unicef Treviso, e Referente Provinciale per Miur e Unicef Italia per il progetto “Verso una scuola amica”. Dal 2000 si occupa di elaborare progetti rivolti ai bambini, alle famiglie e alle scuole; nel 2010 ha fondato “Progetti Educativi” partner di riferimento per Enti e realtà territoriali che operano nel settore della formazione e della prevenzione. Nel 2013 ha fondato "Team For Italy", una rete di cittadini che mettono a disposizione gratuitamente le proprie competenze per un rilancio culturale e della partecipazione attiva. - "Non è solo vero che si insegna ad un bambino. Soprattutto, si impara. Se si è capaci di mettersi in gioco, ci si trasforma, si vede il mondo da prospettive diverse, ci si completa"

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