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Pubblicato il 30/10/2013 Da in Cultura

Note di classe. Ricerca sull’insegnamento della musica nelle scuole

Pubblichiamo la prefazione, a cura di Michele Trimarchi, di “Note di classe. Ricerca sull’insegnamento della musica nelle scuole”, scritto da Ludovica Scoppola e pubblicato da Franco Angeli (per info: libreria universitaria)

Prefazione

Quando gli alieni, tra molti secoli, conquisteranno la terra ed esploreranno un’Italia deserta e senza segni di vita umana non potranno che far riferimento ai documenti conservati in ogni luogo (la grafomania bizantina sarà immaginata come una sorta di morbo collettivo degli italiani). Da un’attenta lettura dei documenti ufficiali, pagine di giornale e diari di classe, rapporti burocratici e istanze rivolte all’amministrazione, testi legislativi e ingiunzioni di pagamento, ricostruiranno l’immagine di un Paese ricco di cultura, abitato da musicisti e letterati, fertile di idee creative e di talenti artistici.

Possiamo confidare che non dispongano di lettori digitali: qualche audiovisivo d’origine cinematografica o, peggio, televisiva potrebbe gettarli nello sconforto. Se poi si imbattessero in qualche superstite disposto a raccontare come andavano le cose nel lontano ventunesimo secolo andrebbe ancora peggio. Quella Patria di poeti, navigatori e altri personaggi degni di passare alla storia, trovata nell’iscrizione di un tempio cubico, risulterebbe più vagheggiata e desiderata, certamente non così tanto reale come i documenti sembrano rivelare. Con un po’ di intuizione gli alieni capirebbero che l’Italia descriveva sé stessa come avrebbe voluto essere, e forse sostituiva i fatti con le dichiarazioni, le cose con le parole.

bimbio-primopiano-scuolaCerto, a guardare i programmi scolastici troverebbero educazione musicale, storia dell’arte, matematica, grammatica, un coagulo di arti del Trivio e del Quadrivio (gli alieni fanno sul serio, e studiano) capaci di formare una solida civitas, e al tempo stesso di rendere la vita affascinante, di moltiplicare la curiosità e l’ascolto reciproco, di fertilizzare le idee e le fatiche. Qual è, allora, l’anello mancante? Perché tutto questo patrimonio di conoscenza – si domanderebbero – non si riusciva a consolidare nei cuori e nei cervelli dei giovani allievi generando così adulti sfiduciati e scettici?

Anche senza aspettare gli alieni e la loro salutare analisi possiamo ragionare sui perché e sui come dei protocolli formativi inefficaci quando non dannosi che pervadono il sistema scolastico (e universitario) italiano, il cui impatto tendenzialmente devastante è allontanato grazie alla generosità intuitiva e alla dedizione di singoli docenti che resistono all’idea comoda e frustrante di riprodurre approcci e metodi meccanici e statici, finendo per confondere la cultura con l’erudizione, premiare la memoria e scoraggiare la logica, pretendere una sorta di adesione personale e rifiutare le visioni critiche.

Il lavoro di Ludovica Scoppola ha tanti meriti. Apre una finestra su un mondo – quello della formazione infantile e adolescenziale – tuttora pervaso da una sorta di smania dimensionale e poco attento ai profili qualitativi. Oltrepassa con delicata fermezza la compartimentazione di una società che aspira ancora a specializzarsi e pertanto perde di vista l’orizzonte delle proprie opportunità. Naviga in modo incisivo tra le connessioni che legano aree disciplinari sia contigue sia diverse, mettendone a fuoco le capacità moltiplicative. Fa emergere con chiarezza la necessità di ridisegnare i percorsi formativi per affrontare in modo intelligente un paradigma sociale in radicale trasformazione.

insegnante-musicaCome pochi libri che vale la pena leggere a fondo, questo volume e il lungo lavoro di ricerca che vi è sotteso non hanno voluto costruire risposte o trarre conclusioni. Al contrario, hanno circostanziato domande scomode ma sempre meno eludibili su metodi e strumenti della formazione che mostrano elementi strutturali di fragilità, a fronte della palese evidenza di quanto risulti necessario un radicale cambio di passo. La questione è complessa, e non può limitarsi al pur fondamentale tema del ruolo che l’istruzione musicale può svolgere all’interno del sistema educativo: fattori familiari e ambientali, connessioni interdisciplinari, innervamenti metodologici tra le diverse aree del sapere e del saper fare esercitano un forte impatto sulla capacità individuale e, di riflesso, collettiva di maturare e consolidare una visione critica e un orientamento costruttivo.

Non si tratta, paradossalmente, di una questione inedita. L’insegnamento della musica ha rappresentato in passato uno snodo esemplare nella formazione degli adolescenti, in tempi nei quali la parola ‘paidéia’ significava ‘cultura’ se solo non ne avessimo abusato così tanto a lungo e intensamente sia sul piano concettuale sia su quello semantico e retorico. Ritenuta indispensabile tanto per le sue proprietà astratte e matematiche quanto per le sua capacità atmosferiche e sentimentali la musica ha occupato, in modo del tutto pertinente, una posizione primaria e al tempo stesso pienamente condivisibile ed esperibile da parte di tutti e di ciascuno.

Tale centralità è stata posta in discussione e progressivamente ignorata con l’emersione della weltanschauung borghese che aveva bisogno di indirizzare la società verso l’efficienza meccanica e pertanto riteneva inutile e pericolosa l’attitudine critica degli individui. Al tempo stesso proprio la borghesia si appropriò dell’arte in tutte le sue manifestazioni per accreditare se stessa attraverso un passato cui essa non appartiene. Bonaparte recupera pezzi archeologici e opere d’arte da collocare nel nuovo hub culturale della civiltà manifatturiera, quel “popoloso deserto che appellano Parigi”; le panche delle platee teatrali destinate a plebei in cerca di emozioni vengono sostituite da magnifiche poltrone che garantiscono a chi le occupi d’essere visto da ogni palco; Beethoven vende i proprî spartiti all’editore Artaria di Vienna, con questo inaugurando la lunga stagione dei musicisti borghesi che produrrà le liederabende di Schubert, le tournées europee di Liszt, il manifesto messianico della gesamtkunstwerk di Wagner.

Per poter dare un’identità posticcia alla borghesia la musica e l’arte vengono sottratte alla vita quotidiana di una società che fino a quel crinale epocale ci aveva piacevolmente convissuto senza mai usarle come il pretesto di una stratificazione sociale; è vero che di norma l’arte era affare delle Corti, ma è innegabile che in un modo o nell’altro tutti finivano per poterne fruire e comunque non ne venivano discriminati. I romanzi si leggevano ad alta voce in presenza di famigli e accoliti, magari subivano la censura del pater familias ma non certo con intenti di discriminazione sociale.

Le cose peggiorano a gran velocità, e quando le cose cominciano a degenerare in seguito all’attentato di Sarajevo l’arte viene paludata da una presunta valenza etica che la finisce per arroccare sulla turris eburnea dalla quale ha tuttora paura di scendere. La brutta notizia è che quando etica ed estetica si parlano ne nasce una pericolosa deriva ideologica. La pessima notizia è che per controbilanciare l’insicurezza endemica di una classe sociale creata in laboratorio l’arte in generale, ma specialmente la musica, vengono isolate dagli spazi urbani, vengono negate alla società nel suo complesso, e si risvegliano sacre, rituali, speciali. Ossia tutto meno che normali. Ne paghiamo ancora le dolorose conseguenze.

Purtroppo questa deriva ha fatto più vittime nei Paesi mediterranei che per un coagulo storico tendono all’enfasi e al moralismo di facciata; nelle regioni segnate dall’empirismo e dal pragmatismo la pratica e la condivisione musicale si diffondono con un apprccio laico e per questo di grande efficacia: bimbi e adolescenti strimpellano uno strumento e cantano insieme, anche in forza dell’identificazione sia linguistica sia filosofica tra il suonare e il giocare (l’italiano è l’unica lingua che ci priva di questa acuta consapevolezza). Non sorprende che in queste stesse aree l’indice di innovazione industriale risulti elevatissimo, ben più che quello dell’Italia. Chi suona da bambino impara ad ascoltare, a collaborare, a inventare nuove cose, a costruire insieme, a immaginare.

Dall’analisi realizzata da Ludovica Scoppola emergono alcuni punti dolenti cui non si può, tuttavia, rispondere soltanto accrescendo lo spazio fisico della musica nell’insegnamento per bimbi, adolescenti e adulti. Certo, attribuire uno spazio più ampio allo studio e alla pratica musicale sarebbe cosa buona e potrebbe generare molti effetti positivi. Ma il nodo cruciale della questione risiede nei protocolli formativi, tuttora condizionati senza alcun reale motivo dalla cornice quasi superstiziosa del tardo crocianesimo. Imparare non significa accogliere passivamente e acriticamente una fiumana di nozioni tediose e standardizzate, né replicarle in modo meccanico. L’esperienza scolastica dell’educazione musicale e della storia dell’arte (come si vede i problemi di fondo sono identici) lascia di sé memoria amara, salvo che l’allievo non abbia la fortuna di imbattersi in un insegnante appassionato e laico.

Così, non soltanto altre discipline finiscono per risultare più coinvolgenti e piacevoli, ma soprattutto tra l’educazione musicale e gi altri insegnamenti non si stabilisce alcuna connessione, inaridendo spesso in modo irredimibile la poca esperienza artistica che si può realizzare a scuola. Al contrario, è nell’ibridazione delle discipline che il bimbo e l’adolescente potranno trovare l’orientamento che ne stimoli la creatività, ne educhi il senso critico, ne incentivi l’armonizzazione della conoscenza tecnica ed estetica da una parte e dell’abilità artigianale dall’altra. Solo in questo modo si potrà attivare una concreta sinergia tra metodi didattici meno rigidi e apertura culturale negli spazî estesi del ventaglio multidisciplinare, in modo da realizzare una sistematica cross-fertilisation dei saperi.

alfabetizzazione-musicaleSoprattutto, questa necessità sempre più evidente appare drammaticamente importante negli anni che stiamo attraversando, anni che segnano l’uscita definitiva dal paradigma manifatturiero e si addentrano in una cornice economica, sociale e culturale del tutto inedita e per molti versi imprevedibile. L’alfabetizzazione musicale e artistica potrà risultare un’utile zattera cui affidare il futuro della società solo a patto che la sua caratura sia solida ed elevata, sappia guardare lontano senza temere i cambiamenti e senza appesantire i percorsi da compiere con zavorre nostalgiche e ormai prive di significato. Chi si ostina a portare sulla zattera il vecchio mobilio finisce per andare a fondo e trascina negli abissi i proprî compagni di viaggio.

I problemi presi in esame dal libro di Ludovica Scoppola sono in qualche misura comuni a molti Paesi. In Italia essi risultano più rilevanti per effetto di una serie di anomalie generate dalla moltipicazione colposa di svariate responsabilità e di troppa indifferenza. Gli addetti ai lavori, insegnanti, musicisti, tecnici della produzione cuturale, artisti creativi, continuano a donare tempo, energie e soprattutto passione in un ecosistema decisamente ostile: si potrebbe dire che gli Italiani ci sono e si dimostrano pronti a tutto pur di costruire una prospettiva credibile; è il momento di fare l’Italia, ossia di disegnare e realizzare un sistema efficace di formazione attento alla sostanza e non più ossessionato dalla forma e gravato da pregiudizî rituali. Un futuro possibile dipende dall’ostinazione delicata e ragionevole che mettiamo nell’organizzazione del presente. La musica e il suo insegnamento devono recuperarne piena cittadinanza.

 

1 novembre 2013
a cura di Michele Trimarchi

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Michele Trimarchi

CATANZARO – BOLOGNA. Professore ordinario di Analisi Economica del Diritto, Professore affidatario di Cultural Economics, Direttore scientifico Monti & Taft, Presidente Tools for Culture. TEMI DI RICERCA: analisi dell’offerta e della domanda di cultura, integrazione e sostenibilità delle risorse culturali, struttura e finanziamento dei mercati dell’arte, industrie creative. AREE DI ESPERIENZA: economia e politica dell’arte, disegno dell’azione pubblica in campo culturale, cooperazione culturale internazionale, processi e mercati della creatività, impatto economico della cultura. ATTIVITA' PROFESSIONALE: Austria, Svizzera, Germania, Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, Olanda, Belgio, Danimarca, Finlandia, Repubblica Ceca, Croazia, Serbia, Macedonia, Turchia, Giordania, India, Indonesia, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Canada, Statoi Uniti, Messico, Brasile, Italia. PROGETTI UE: Nemus-New Employment Opportunities in Museums (1996), coordinatore nazionale; Hero-National Heritage to Create Employment, coordinatore transnazionale; Arciweb-Art Cities as New Employment Laboratories (1998-1999), coordinatore nazionale; Monitors of Culture-Role of Cultural Observatories (2010), esperto economico

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