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Pubblicato il 03/02/2014 Da in Cultura

Elogio dell’ignoranza

(ulteriore riflessione sul cosiddetto caso Stamina)

Venerdì a lezione uno studente chiedeva il mio parere sulla liberalizzazione della cannabis, di cui si parla in queste settimane, in seguito alle leggi in molti stati USA che hanno legalizzato. Ho detto lui che il mio “parere” non era poi così rilevante, dal momento che -nel corso di lezioni- avremo avuto un intero modulo sulla psicofarmacologia e sulle sostanze d’abuso. Per non sottrarmi alla domanda, ho comunque sintetizzato alcune consolidate conoscenze relative ai meccanismi ed effetti dell’assunzione di cannabis. Alla fine, lo studente appariva soddisfatto ed io scherzavo chiedendogli se quello che aveva ascoltato andava incontro alle sue “aspettative”. Lui, anche per allontanare il dubbio, che il suo interesse fosse “eccessivamente personale”, ribadiva che gli interessava solo sapere il mio parere, dal momento che insegno una disciplina che si occupa di sostanze d’abuso.
Piccola vicenda che ritengo esemplificativa. Nonostante io sia il docente che avrà per un intero corso universitario e nonostante le mie (ripetute) chiarificazioni, lui continuava a ritenere che quello potesse considerarsi il “mio parere”.

Nessuno di noi, se non è un ingegnere, pretende di avere capacità e competenze per decidere i criteri costruttivi di un ponte su cui dobbiamo passare. Dobbiamo assumere che le competenze di chi lo ha costruito/progettato e chi lo ha autorizzato siano indiscutibili. Altrimenti non si passa più per ponti, tangenziali. Non si sale più su navi, treni…
Al contrario, se c’è un signore che ha fatto il proprietario di un call center (Davide Vannoni) e pretende di saper costruire ponti, non ci dovremmo salire su quel ponte e dovremmo rimetterci all’autorità che stabilisce i criteri di agibilità.

Se questo è vero per l’ingegneria civile, è ancora più vero per i criteri che definiscono le procedure di sperimentazione in medicina. Il più riconosciuto (unanimemente) giornale scientifico del mondo, Nature, ha definito “quella cosa chiamata Stamina” semplicemente un “fiasco”. (“Stem-cell fiasco must be stopped” – NATURE, International weekly journal of science). Anche chi ha problemi con l’inglese, il termine fiasco è inequivoco e must be stopped indica “deve essere fermato”.
In ogni caso, non siamo noi a dover decidere se Stamina è un metodo di cura. Sono le competenti autorità scientifiche e la comunità di esperti internazionali.
È un atto sconsiderato pretendere di avere la capacità di valutare quello che richiede decenni di formazione e competenza. Sconsiderato e potenzialmente dannoso per chi sceglie di non rispettare l’autorità scientifica e clinica.
Se ci fratturiamo un osso… ci si rivolgerebbe ad un falegname?
Io continuo a pensare che si dovrebbe andare in ortopedia. Qualcuno continuare a pensare che è meglio un apprendista falegname…

Ho già scritto su Huffington Post della preoccupante somiglianza tra i casi Bonifacio, Di Bella o Stamina (“Guarire dalle malattie (3): Il metodo Stamina e tre storie italiane” –  Huffington Post) possano esser considerate “tre storie italiane” e su come ci sia qualcosa di peculiarmente italiano nella vicenda Stamina (“Guarire dalle malattie (5): La lezione del caso Stamina. Che cosa ci insegna?” –  Huffington Post). Mi sembra ora più interessante riflettere sulla risposta del mio studente. Perché continua a ritenere il mio solo un parere. Anche se sono il suo professore e –presumibilmente- con le conoscenze specialistiche per fornire una risposta “autorevole” e fondata.

Paradossalmente, una delle cause deriva proprio dall’enorme e facile accesso alle informazioni che tutti abbiamo. L’esposizione “bulimica” ai media e il facile accesso alla rete possono in alcuni casi essere dannosi. AI miei studenti che stanno per intraprendere un percorso di tesi di laurea “proibisco” perentoriamente l’utilizzo di Google. Se si ricorre ad un qualsiasi motore di ricerca, si viene inondati da una valanga di informazioni o, meglio, di siti che trattano dell’argomento su cui abbiamo fatto la ricerca. Quando riguarda le conoscenze scientifiche, questo utilizzo implica un mix (non districabile con facilità) di autorevoli e fondate conoscenze e una serie di sciocchezze, mezze verità, disoneste bugie, interessate mistificazioni, dall’altra. Molte volte, queste seconde, sono anche la maggioranza. In assenza di criteri e conoscenze critiche per separare le prime dalle altre, questo utilizzo di Google si rivela addirittura dannoso.

Un esempio di questa questione. Provate a digitare su Google il termine “sogni lucidi” o, meglio inglese, “lucid dreams”. In tutta la prima pagina di risultati del motore di ricerca non vi è una sola fonte minimamente autorevole. Si potrebbe salvare solo Wikipedia, il cui fenomeno meriterebbe da sola una riflessione come nuova fonte di conoscenze. In questo caso, almeno si limita a citare che esistono degli “scettici” sull’esistenza del fenomeno stesso. Come se scettici e favorevoli fossero, di nuovo, dei dialettici competitori.

Come ho già argomentato, l’esistenza dei sogni lucidi NON è stata mai dimostrata, in più di 30 anni di ricerche di laboratorio sul fenomeno (“Sogni (1): Frequently Asked Questions” –  Huffington Post). In un modo o nell’altro, sono uno degli studiosi più accreditati sulla neurobiologia del sogno nel mondo. Ogni singolo studio che ho pubblicato è la fine di un percorso di ricerca che dura, a volte, anche anni. Così come anni è durata la mia formazione come uomo di scienza. Allo stesso tempo, ho piena consapevolezza della mia enorme ignoranza. Ho consapevolezza di tutte le cose che non so. Delle cose su cui ho una conoscenza solo indiretta. Delle cose su cui ho una conoscenza poco più che dilettantistica. Non ritengo di essere autorizzato a discettare di ingegneria civile e di come si costruiscono i ponti. Non subordinerei mai la mia scelta di attraversare un ponte alle mie (non) conoscenze.

Questo mi sembra un punto utile da cui ripartire dopo vicende che speriamo concluse come Stamina. Cominciare a fare i conti con tutto quello che non sappiamo. Ricordarsi che la formazione delle conoscenze è frutto di un lavoro faticoso e lungo che dura anni. Soprattutto, ricordarsi di Socrate.

Invito tutti a rileggere Platone Apologia (Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 38-41) per quello che riguarda la “docta ignorantia”, che Socrate espone in un momento drammatico della sua vita, durante il processo che si concluderà con la sua condanna a morte. L’equilibrio fra una grande fiducia nella ragione e la profonda consapevolezza della propria ignoranza è uno dei doni più preziosi che il filosofo Socrate ha lasciato in eredità ai posteri, fino ai nostri giorni.

Se cominciamo ad ammettere la nostra ignoranza su molte cose, semplicemente siamo sulla strada buona per cominciare ad acquisire delle conoscenze. Al contrario, se non sappiamo fare questo, continueremo a rimanere veramente ignoranti. Dei veri e arroganti ignoranti.

3 febbraio 2014
a cura di Luigi De Gennaro

Nota: Appena successivamente alla pubblicazione di questo post, una sentenza del tribunale di Lecce rende ancora più attuali queste riflessioni sul metodo Stamina, dal momento che la sentenza ha decretato la rimborsabilità dei trattamenti con il cosiddetto metodo Di Bella. Nei fatti, il tribunale ha ritenuto di essere in grado e titolato a decidere sull’esistenza di effetti terapeutici di un trattamento clinico.

Luigi De Gennaro

Nato a Salerno nel 1959, è professore di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica e di Psicofisiologia del Sonno normale e patologico. Laureato in Psicologia sperimentale a Roma. Direttore del Laboratorio del Sonno del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Roma Sapienza. Esperto di sonno normale e patologico. Svolge un’ampia attività editoriale scientifica ed è Associate Editor del Journal of Sleep Research. Autore di circa 500 pubblicazioni, di cui più di 100 su riviste internazionali peer-reviewed. Si occupa di divulgazione scientifica nelle neuroscienze e, in particolare, dello studio del sonno e della sue patologie.

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