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Pubblicato il 13/12/2013 Da in Cultura

Capire la violenza

Una tipica tendenza della modernità conduce a evitare di analizzare la violenza (specie quella visibile, forte, sanguinaria) liquidandola attraverso una sorta di facile “psichiatrizzazione”: i violenti sono persone che “non stanno bene”, dei pazzi. Nella maggior parte dei casi però la psichiatria non c’entra nulla.

L’attentatore Luigi Preiti, l’uomo che ha sparato ai due carabinieri, è stato subito classificato dai mass media e dall’opinione pubblica come uno squilibrato, un pazzo. Sono state così oscurate le cause nascoste di quell’accesso di tremenda violenza approfittando di una specie di medicalizzazione/psichiatrizzazione. Questo comune modo di reagire finisce per attenuare e mettere in secondo piano la violenza perpetrata, classificandola come il frutto di un qualcosa di “malato”. Si sfugge così al compito di dire qualcosa di più intorno alle radici di gran parte della violenza. L’attentatore ha però subito dichiarato che voleva “colpire” (e quindi “punire”) i politici, individuati come colpevoli della sua situazione disperata di disoccupato e di separato, vissuta come iniqua. Si può dunque dare una lettura del suo comportamento in termini morali.

Per anni mi sono dedicato allo studio della violenza e ho osservato, nel comportamento degli esseri umani violenti, che la violenza è fondamentalmente perpetrata sulla base di convinzioni morali, in modi più o meno coscienti e come effetto multiforme di ragioni, emozioni e azioni di vario tipo. La moralità – e quindi anche la religione che, prima fra tutte le creazioni culturali dell’umanità, ha svolto il ruolo di “veicolo di moralità” – e la violenza sono fortemente intrecciate. Sembrerebbe un paradosso, visto che gli esseri umani si sono dotati della moralità proprio per difendersi dal male e dalla violenza e per favorire la cooperazione.

La violenza è di solito generata da ragioni morali: il conflitto morale è alla base del conflitto violento. Persone a prima vista del tutto decenti (come già osservava Hannah Arendt a proposito dei buoni padri di famiglia che erano nel contempo anche criminali nazisti), sono capaci di atti violenti anche sanguinari in nome della loro morale, da essi considerata come sicura e certa. Se si agisce con violenza per ragioni morali, per difendere se stessi e preservare il proprio punto di vista morale o per punire chi ha infranto le regole morali del gruppo a cui si aderisce, come è possibile pensare di essere stati violenti? Ci si dice per esempio: “Sono un seguace della legge dell’onore, che considero giusta e morale, quindi la vendetta è “giustizia” anche quando ha come conseguenza la violenza estrema dell’omicidio”.

La violenza non è però solo quella palese (per esempio quella fisica o sanguinaria), ma è anche nelle cose, nelle strutture e nel “linguaggio”, che spesso, con falsità, finzioni, inganno, distribuisce violenza, dissimulandola: “eh, ma sono solo parole…”. Lo squadrismo verbale può essere a sua volta foriero di altre violenze: lo si vede nel mobbing, nel bullismo, ma anche negli esiti sanguinari del linguaggio provocatorio dei politici.

Anche il narcisismo ormai diffuso è un tipico fenomeno di produzione sistematica di violenza. La struttura “narcisistica” del carattere (dalle sue forme normali a quelle patologiche) produce mancanza di empatia e tendenza allo sfruttamento degli altri, perché incorpora una ferrea morale individuale di protezione di se stessi e della propria centralità. Il narcisismo è assai diffuso in un’epoca in cui il neoliberismo ha educato al cieco culto dell’individuo per poi affondarlo nella povertà e nella dissoluzione psichica di fronte a strutture oggettive che lo schiacciano, come per esempio i mercati finanziari con le loro crisi micidiali.

Gli individui inoltre agiscono spesso in base a quelle che chiamerei “morali multiple” e variabili: al mattino di fronte a una certa situazione si segue la morale religiosa e si agisce di conseguenza (per esempio punendo con violenza la figlia musulmana che non si è coperta il volto o ha il fidanzato cristiano); al pomeriggio invece di fronte a un’altra si segue la morale civile che punisce con la violenza legittima della legge; alla sera di fronte a un’ulteriore nuova situazione si segue la morale dell’onore (che contrasta con le prime due, delle quali non ci si ricorda però minimamente), che comporta invece la violenza della vendetta privata. A ogni livello di questa variabile moralità individuale (che pure si informa a moralità collettive riconosciute e condivise da molti), l’esercizio della stessa protegge dal rendersi conto della violenza delle conseguenze: è una condizione cognitiva che io definisco di “bolla morale”. La religione infine, nel mentre spinge al “meglio” grazie al suo portato morale, può ahimè pervertirsi, diventando agente di punizioni e violenze contro i membri del proprio gruppo che trasgrediscono le regole o contro i seguaci di altre religioni.

Riconoscere la nostra condizione di “creature violente” e aumentare la conoscenza circa la nostra capacità di nuocere, vuol dire accettare la nostra responsabilità e sperare di poter individuare quelle “barriere” cognitive che possono aiutarci a prevenire la violenza. Considerare la violenza dal punto di vista della “moralità” dei colpevoli – dove la violenza appare chiaramente come giustificata da “valori” – può aiutare a coglierla e capirla come un evento quasi ineluttabile e comune, che non può essere ignorato.

L. Magnani (2012), Filosofia della violenza, Il Melangolo, Genova
(Edizione italiana di L. Magnani, Understanding Violence. The Intertwining of Morality, Religion and Violence: A Philosophical Stance, Springer, Heidelberg/Berlin, 2011; Traduzione di T. Bertolotti).

 

13 dicembre 2013
a cura di Lorenzo Magnani
Full Professor
Director: Graduate and Postgraduate Studies in Philosophy
Department of Humanities, Philosophy Section
University of Pavia, Pavia, Italy
Director: Computational Philosophy Laboratory
www.unipv.it/webphilos_lab

 

 

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Lorenzo Magnani

PAVIA. Professore ordinario di filosofia della scienza presso l’Università di Pavia. Lorenzo Magnani è professore ordinario di filosofia della scienza presso l’Università di Pavia.Ha insegnato al Georgia Institute of Technology di Atlanta, alla The City University di New York e all’Università Sun Yat-sen di Canton. Dirige vari progetti di ricerca in Europa, USA e Cina. Tra le sue opere pubblicate in Italia e all’estero ricordiamo: Introduzione alla New Logic, (il melangolo, 2013) - Rispetta gli altri come cose (il melangolo, 2013) - Filosofia della violenza (il melangolo, 2012), edizione inglese originale Understanding Violence (Springer, 2011) - Abductive Cognition (Springer, 2009) - Morality in a Technological World (Cambridge University Press, 2007) - Abduction, Reason and Science (Kluwer Academic/Plenum Publishers, 2001) - Philosophy and Geometry (Kluwer, 2001) - Introduzione alla filosofia computazionale (Marcos y Marcos, 1997)