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Pubblicato il 06/01/2014 Da in Ambiente

Sfuggenti segnali dal buio

Senza riscaldamento, senza luce in casa e per le strade, semafori spenti, frigoriferi, elettrodomestici, tapparelle, serrature, campanelli, ascensori, non funzionanti, pompe di carburante inattive, telefoni muti (batterie dei cellulari e dei ripetitori scariche), senza internet, cucine di ristoranti e pizzerie spenti, pompe per l’acqua potabile ferme, impianti di risalita immobilizzati, banche, bancomat, forni per il pane chiusi.

Questo e altro è accaduto per qualche giorno tra Natale e Capodanno in alcune valli dolomitiche a causa di una nevicata intensa durata alcune ore.

Case fredde (le caldaie a gas e le moderne stufe a pellet funzionano con l’elettricità), buie, isolate in diversi paesi del Cadore e dell’Agordino, difficoltà a rifornire le frese e le ruspe per liberare le strade da quasi un metro di neve e dai numerosi alberi caduti, mancanza d’acqua e impossibilità di cucinare in molte abitazioni.

Un po’ meglio si sono difesi coloro che possedevano il generatore a gasolio, la vecchia stufa a legna, le cucine a gas, ma non erano certo la maggioranza, visto che in pieno inverno gran parte degli abitanti in queste zone è rappresentata da turisti che vivono in seconde case, costruite di recente e spesso senza tener conto di antichi criteri di prudenza e di flessibilità propri di chi, come la gente di montagna, sa che bisogna essere pronti ad affrontare tutte le evenienze.

Si è assistito a paurosi ingorghi su strade impraticabili e, appena è stato possibile, a precipitose fughe verso la pianura. Chi restava era freneticamente a caccia di candele, lumini (da cimitero) e fiammiferi, merci che poco mancava si scambiassero a “borsa nera”. A piedi, spesso nella neve alta, hanno cercato di arrivare a casa di amici più fortunati provvisti di una buona riserva di legna e di una stufa tradizionale. I più si sono adattati vivendo vestiti pesantemente in casa e potendo contare su una bombola per cuocere il cibo.

La neve non ha trattato in modo differente Cortina e una qualunque piccola e sconosciuta frazione spersa in qualche vallata. Ma quest’ultima, come i centri abitati più vecchi, pensati e costruiti da sempre per affrontare in solitudine le avversità della natura e del meteo con i mezzi semplici della cultura contadina e montana, hanno meglio saputo reagire all’evento.

Perché una nevicata, pur abbondante ma largamente prevista, ha causato tanto disastro?

La cause sono molteplici e di diversa natura: neve molto umida, pesantissima; impianti di trasporto e di distribuzione elettrica costruiti mezzo secolo fa; da allora pochi investimenti per lavori di ammodernamento e di miglioria; mancata autorizzazione alle modifiche e alle nuove realizzazioni che in qualche caso erano state progettate; politiche di riduzione incentivata del personale che hanno privato questi territori di tecnici e operai che conoscevano perfettamente l’articolazione della rete elettrica, i suoi punti deboli e avevano grande confidenza con le caratteristiche del terreno; scarsa manutenzione programmata, strumento indispensabile per ridurre al minimo le minacce della natura alla continuità di funzionamento degli impianti.

Durante la nevicata, sotto il peso degli accumuli che progressivamente andavano formandosi, cavi, alberi, rami, tralicci, pali, hanno ceduto interrompendo linee di trasporto e di distribuzione. In brevissimo tempo il carico elettrico richiesto dalle utenze ha messo in difficoltà il sistema di rete in più punti, impedendo il ripristino del servizio per molte ore e in alcune zone per due o tre giorni.

A quanto si sa erano stati preavvertiti una settantina di tecnici ma questo livello di allerta è risultato del tutto insufficiente per affrontare la gravità di quanto accaduto. Con ogni probabilità oltre alle difficoltà obiettive (meteo che impediva il volo degli elicotteri, strade impercorribili, prati e costoni carichi di neve), può aver giocato un ruolo negativo anche il fatto che gran parte delle squadre operative era composta da personale che di norma lavora in zone diverse da quelle in cui si trovava ad operare. Molti provenivano dalla pianura, e pur tecnicamente addestrati, possono essersi trovati nell’impossibilità di esprimere preparazione tecnica ed esperienza in un territorio con caratteristiche molto diverse e su impianti sconosciuti.

A distanza di alcuni giorni ora tutto (o quasi) è ritornato alla normalità, anche se un certo senso d’incertezza e d’inquietudine traspare ancora nelle parole e nei dialoghi delle persone e le prossime nevicate vengono attese con qualche lieve preoccupazione, sconosciuta in passato.

Se l’evento scatenante (quantità e qualità della neve) può considerarsi abbastanza inusuale, emerge chiaramente che l’insieme delle moderne realizzazioni, pubbliche e private, esterne e interne alle abitazioni, non ha retto alla prova. Non ha saputo reagire positivamente e, fatto ancor più grave, in molti casi non prevedeva alcun “piano B”.

Si è ancora una volta dimostrato quanto le strutture abitative e urbane siano sempre più dipendenti dalla disponibilità costante di energia, in questo caso elettricità, e sostanzialmente collassino quando la fornitura s’interrompe o perde la caratteristica di continuità.

Realizziamo abitazioni che non possono garantire “passivamente” (cioè con energia scarsa o mancante) un livello decente di funzionalità. Progettiamo e costruiamo paesi, agglomerati urbani, impianti, totalmente dipendenti da fonti energetiche di origine fossile, legate a un sistema di approvvigionamento e produzione sempre più articolato e complesso.

Il tutto dimostra l’elevata fragilità che hanno raggiunto i “sistemi” in cui viviamo a fronte di eventi appena fuori dalla norma.

Anche dal punto di vista culturale e psicologico la preparazione dei cittadini ad affrontare la situazione è sembrata più che scarsa, pressoché nulla. Ho visto alcune persone attonite, incredule, totalmente spiazzate e spaesate. Stavano subendo qualcosa di impensabile; dal loro punto di vista persino illogico e ingiusto.

La mancanza dei moderni agi, delle comodità, della facilità di trasporto e di comunicazione o, per breve tempo, dei servizi di base, le ha confuse, limitando oltre misura la seppur parziale possibilità di reagire positivamente.

Non credo che quanto successo sia servito ad aumentare in molti la consapevolezza della loro impreparazione agli scenari che si stanno profilando, sia dal punto di vista dei profondi cambiamenti climatici, che per la progressiva difficoltà nel garantire la crescente domanda di energia fossile che proviene da una civiltà basata su politiche consumistiche.

Pochi si rendono conto che la civiltà che abbiamo realizzato risulterà sempre più esposta a crisi di varia origine, non più limitate a qualche ora o pochi giorni, ma ben più consistenti in quantità e tempo. Non siamo pronti ora e non dimostriamo alcun interesse per esserlo in futuro. Spero non risulti indispensabile passare attraverso la pedagogia delle catastrofi per cambiare atteggiamento.

6 gennaio 2014
a cura di Mirco Rossi

questo articolo è pubblicato anche nel sito di Aspo Italia

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Mirco Rossi

VENEZIA. Divulgatore sui temi dell’energia, ricercatore indipendente. Membro del Comitato Direttivo di Aspo Italia (sezione italiana di Aspo International – Association for the Study of Peak Oil and Gas). Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi “L’Uomo e l’Ambiente”. Vive a Venezia, dove ha fatto studi di economia, sviluppato l’attività lavorativa, le esperienze politiche e quelle sindacali. L’attenzione ai temi legati all’energia e all’ambiente inizia nel lontano 1973, al tempo della prima crisi energetica, e si consolida alla fine degli anni ’80 quando, su incarico di ENEL, coordina per alcuni anni l’azione divulgativa che l’Ente offriva al sistema scolastico del Triveneto. Da anni sviluppa un’intensa attività d’informazione scientifica sugli aspetti energetico-ambientali, nel Centro e nel Nord Italia, indirizzata a cittadini, gruppi culturali, associazioni, forze politiche e sindacali, insegnanti e soprattutto studenti delle scuole di secondo grado. Pubblicazioni: “Verso la fine del petrolio” (Provincia di Venezia, 2008) - “Energia e futuro. Le opportunità del declino” (EMI Bologna, 2009/2011) - “La parabola del consumismo. Memorie di un ragazzo al tempo della sobrietà” (EMI Bologna, 2013)

34 Responses

  1. ornella

    La natura non e’ responsabile del nostro disagio se noi viviamo secondo le leggi della natura…quanto e’ successo a Cortina non lo trovo per niente un disagio, ma solo un fastidio per persone abituate al comodo e tutto servito…ad un montanaro vero non avrebbe creato nessun disagio se non lo spalare la neve e accendere la stufa o il camino e sforzarsi di accendere una candela!

    • Alessandra Giraldo

      Cara Ornella, l’articolo infatti cita chi, “nei centri abitati più vecchi, pensati e costruiti da sempre per affrontare in solitudine le avversità della natura e del meteo con i mezzi semplici della cultura contadina e montana”, ha meglio saputo reagire all’evento.
      Ma il mio pensiero va a noi, che non siamo “veri montanari” e siamo la maggior parte della popolazione: se un problema simile capitasse nelle nostre città? Saremmo in grado di reagire adeguatamente?
      Quasi nessuna delle nostre case è attrezzata per fronteggiare evenienze simili e, come sottolinea Mirco, “anche dal punto di vista culturale e psicologico la preparazione dei cittadini ad affrontare la situazione è sembrata più che scarsa, pressoché nulla”.
      Il suo post mi sta facendo riflettere…

  2. ornella

    sicuramente il mio commento e’ una provocazione riflessione proprio riguardo il nostro modo di vivere nelle citta’…per chi vive in montagna come me c’e’ l’abitudine al freddo e ai disagi e anche psicologicamente si e’ piu’ freddi e realistici…questo non toglie che c’e’ molto da ripensare uno stile di vita piu’ in sintonia con la natura es essa sara’ meno ostile verso l’uomo

  3. Marco

    Bell’articolo. Credo che il problema della mancanza di “piani B” in Italia sia un tema da affrontare con urgenza: l’assenza di una qualsiasi strategia o visione nel progettare e nel prendere decisioni pubbliche e private dimostra tutta la sua pericolosità soltanto quando accadono fatti come questi.
    Ovviamente, si parte dalla formazione per creare un nuovo tipo di cultura: “education, education, education”, ecco l’unica via.

    • Un commento tardivo… È incredibile la capacità di dimenticare degli umani. Le dimostrazioni della nostra fallibilità nei confronti del creato si succedono con una certa frequenza. Si parla di previsioni ma, non sappiamo nemmeno prevedere le conseguenze di ciò che progettiamo e che facciamo noi stessi! Credo che una maggiore consapevolezza, umiltà e conoscenza, unite ad una vera onestà potrebbero aiutarci ad evitare alcune di queste situazioni, per lo meno quelle evitabili. Sono quindi d’accordo con Marco sulla necessità di promuovere nuove coscienze attraverso l’educazione. Conoscere la realtà significa sapere cosa c’è dietro le cose, penso alla curiosità dei bambini: “Ma com’è che se schiaccio questo bottone si accende la luce?”. Non dovremmo mai smettere di farci domande come questa, perchè ogni cosa ed ogni comodità ha un costo, e non solo economico. Mi viene in mente un pensiero di bambino letto di recente (mi scuso ma non ricordo la fonte) che esprime chiaramente la visione dell’unità del mondo in cui ci muoviamo con tanta disinvoltura: “… ma allora i pesci vivono nella stessa acqua nella quale fanno pipì!”. Già proprio così, e noi come loro. La tragedia del Vajont non ha dunque insegnato agli uomini il necessario rispetto per la natura? Costruire, costruire… asfaltare, cementare, disboscare… e tutto per cosa? Nessuno sostiene che dovremmo tornare a vivere nelle capanne, ma incentivare la ricerca e l’applicazione di scoperte e tecnologie che vanno nella direzione della riduzione dell’impronta ambientale, questo certamente. E per fare ciò è necessario fare cultura, cultura onesta, cultura del rispetto e non della ceca ingordigia. Come sempre ognuno di noi può fare la sua parte, per grande o piccola che sia. Credo che se in tanti sognamo fortemente un mondo migliore, qualcosa di sicuro migliorerà.

  4. Appunto, i piani B, ovvero un piano energetico nazionale, che punti im misura maggiore sulle fonti alternative e rinnovabili e investa però anche nell’ammodernamento di impianti. Nel caso delle valli dolomitiche, si è sentita, ma non abbastanza rimandata dai media, la voce di alcuni tecnici del settore, che hanno detto di avere avvertito da tempo i decisori politici e amministrativi sulla necessità di intervenire su linee e impianti, ma che ci si èa volte scontrati con la reisistenza delle realtà locali con il ritornello che sis sente spesso: “Sì va bene, ma non attraverso casa mia”. Percui se c’è da passare coi tralicci dell’alta tensione, che avrebbero scongiurato più di un unfortunio come quelli dei giorni scorsi, sì, ma non nel mio Comune; se c’è da impiantare un parco eolico, sì, ma non nella mia valle perché fa brutto (una raffineria di petrolio, invece, è bellissima…); persino i parchi fotovoltaici, dove volete, ma non qui, che impattano.
    E’ meglio una discarica o un termovalorizzatore di ultima generazione? La differenziata! Urlano i più. Abbiamo capito, ma c’è una frazione che differenziata non è e che bisogna smaltire, senza contare i rifiuti speciali, ecc.
    Credo che ci sia ancora molto da fare nella mentalità di ognuno di noi, per rinunciare al nostro particolare a vantaggio di una visione generale.

  5. Ottimo articolo. è sicuramente un fatto culturale e di approccio diverso con la tecnologia ambientale. discorso lungo e complesso, certo,,,in tutto questo consideriamo interessi, opportunità politiche e tutto il resto. bisogna partire da un intenso lavoro di informazione, a partire dalle scuole, per sensibilizzare tutti, ma proprio tutti. complimenti davvero per l’impegno

  6. Da piccola ed in altre occasioni nel recente passato, ho avuto modo di vivere senza energia elettrica. Io stessa ritengo che si debba mantenere un contatto con la vita di un tempo per non perdere il legame nostro con la natura. Infatti la tecnologia sempre più avanzata e i ritmi ai quali ci induce ci porta in una realtà virtuale e ci disarma da ciò che è la realtà umana-animale. Queste sono mie considerazioni, ma avendo avuto esperienza di vita di montagna, dove l’acqua occorreva prenderla in un pozzo naturale, il caldo era dato dalla legna raccolta, il cibo era quello della pastorizia, gli odori erano diversi, il gabinetto fuori al freddo, ci si lavava a pezzi in una tinozza con l’acqua riscaldata sul fuoco e così via, posso dire che era faticoso. Non a caso l’uomo nel tempo si è attrezzato. Ho un’amica che ha scelto uno stile di vita così radicale, ma è stata una scelta. Certo è che a fronte di cambiamenti del clima, del crescere della popolazione terrestre, siamo giocoforza costretti, dico io, a fare un’inversione di tendenza su quelle che sono le nostre abitudini. Non bisogna attendere la catastrofe, sarebbe meglio prevenire. Questa prevenzione , dovrebbe essere a 360°, dall’organizzazione amministrativa, alla politica all’educazione alla progettazione delle case e delle aree urbane. Comunque tutto deve partire da una mentalità comune rivolta al risparmio energetico, alla riduzione dei consumi ecc ecc. Tutto questo è un bel discorso che rimane sullo schermo ma bisogna agire, perché tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il cominciare. Partendo da ognuno di noi, istruendosi confrontandosi e cambiando mentalità. Sento che non è facile, perché ciò significa, come tutti i cambiamenti, fare dei sacrifici e chi ne è disposto a fare? sacrifici di cui i risultati verranno, semmai, visti dalle generazioni future, come noi ora stiamo ereditando i risultati delle scelte fatte dai nostri predecessori. Chi è disposto ad adattarsi alle ristrettezze?

    • Inutile nascondersi dietro un dito. La popolazione terrestre cresce ad un ritmo vertiginoso, il territorio italiano è un francobollo in mezzo al Mediterraneo. Prevenire la catastrofe? Allora sono necessari e urgenti interventi a livello planetario, sempre che si sia ancora in tempo. Oppure smettiamo di viziare i nostri figli e cominciamo a far loro capire qual è in realtà il possibile futuro che li attende.

  7. Penso e sono più che convinto che il problema delle avversità atmosferiche , nel caso di un ritorno al passato , stia nella ns. visione delle tante comodità a cui siamo oramai soggiogati e noi abbiamo fatto di tutto per aiutare la natura a punirci . Mi capita di sentire persone che appartengono ad enti che si dicono nati per informare e far conoscere quello che bisogna fare e non bisogna fare in vari ambienti (boschi fiumi pianure etc ) e nelle loro relazioni non riesco mai ad ascoltare una parola che mi ricordi quelle che erano le buone e necessarie usanze per aver un buon rapporto con la natura , piccoli e faticosi ma anche piacevoli interventi della mano dell’uomo .

  8. Non è solo questione di piani B (emergenza) ma anche di manutenzione, parola sempre meno conosciuta in un italia dove tutto viene lasciato lì a marcire e si investe nel nuovo sempre di qualità peggiore.
    Con impianti elettrici adeguati non sarebbe successo nulla, ma si sà, si risparmia costruendo nuovi servizi su vecchie infrastrutture (non per niente, per, esempio, chi ha l’adsl naviga su linee che possono avere anche più di 50 anni di esistenza) o su nuove di scarsa qualità (ringraziamo anche per questlo la logica clientelare e le mazzette).
    Se vogliamo avere servizi innovativi, il paese deve aggiornarsi in modo meritocratico nelle infrastrutture (elettricità, comunicazioni, trasporti), ci sarebbero decine di migliaia di posti di lavoro per tutti e vivremmo più sereni temendo meno gli imprevisti.

  9. paolo ignazio marongiu

    Il post è putrroppo l’ennessimo racconto di una situazione troppe volte segnalatan da pochi e troppe volte poco ascoltata da molti.
    Un paese come il notsro con una configurazione geografica particolare, una situazione geologica fragile, una demografia molto sbilanciata verso la parte “anziana” è costantemente a rischio.
    Nessuna politica di preparazione di strutture e popolazione ai cambiamenti prevedibili ed imprevedibili dell’ambiente è stata mai seriamente adottata.
    Un non senso in un paese si quasi 9000 comuni di cui più dell’80% sono a rischio idrogeoligico.
    Per chi come me lavora da anni nei territori rurali in particolere in quelli sardi, cercando di creare nuove dinamiche territoriali anche attravesro formule come quelli dell’Albergo Diffuso, a volte è frustrante vedere quante resistenze ci siano nel formulare e realizzare strategie durevoli e sostenibili.
    Per queaso è necessario elaborare in maniera organica un progetto innovativo in materia, pena la quasi impossibilità di gestire,in maniera accettabile il nostro territorio.come si vede già da ora l
    Cogliamo l’occasione di queato dibattito per pensarci, abbiamo delle risorse molto importanti che se rilanciate possono davvero essere risorsa importante per il nostro paese

  10. antonella

    Un post che è un invito a fermarci ed incominciare a riflettere su una situazione ambientale che è un problema serio e di tutti. I cambiamenti climatici sono una realtà che ha già e ripetutamente dimostrato l’inadeguatezza dei nostri piani di “emergenza”.
    Quello che è successo lassù in montagna sarebbe potuto accadere anche nelle nostre città e…cosa avremmo fatto?

  11. I nostri nonni e i nostri antenati sono riusciti a far progredire l’umanità in condizioni ben peggiori.
    Altrimenti, non saremmo qui a commentare.
    Leggo e condivido soprattutto questo: “Dal punto di vista culturale e psicologico la preparazione dei cittadini ad affrontare la situazione è sembrata più che scarsa, pressoché nulla. Ho visto alcune persone attonite, incredule, totalmente spiazzate e spaesate. Stavano subendo qualcosa di impensabile; dal loro punto di vista persino illogico e ingiusto. La mancanza dei moderni agi, delle comodità, della facilità di trasporto e di comunicazione o, per breve tempo, dei servizi di base, le ha confuse, limitando oltre misura la seppur parziale possibilità di reagire positivamente.”
    Ecco, cominciamo a far capire alla gente che si sopravvive anche senza questo, e magari non solo per tre o quattro giorni.

  12. Mirco Rossi

    Dopo aver letto i commenti propongo qualche considerazione:
    1) I “veri montanari” sono una specie in via d’estinzione. Tali possono essere definite le persone di una certa età che vivono ancora tra i monti ma, per esempio, da diversi paesi del Cadore e dell’Agordino una buona percentuale degli anziani è andata a vivere la maggior parte dell’anno all’estero (Germania in particolare), impegnata ormai da decenni a fare e vendere gelati o in altre attività’. Da sempre molti emigranti investono gran parte dei guadagni in patria per poter finalmente ritornare a goderseli in vecchiaia tra i boschi natii. La loro abitazione privata (la prima che ristrutturano o restaurano) di solito mantiene alcune caratteristiche “antiche” (finestre di dimensioni ridotte, gran uso di legno locale, stufe a legna, stube, vani bassi di volume contenuto, facilità di accesso alla via principale) ed è dotata di generatori autonomi di elettricità, di piccole frese per la neve, di pale. Gli altri investimenti in edilizia sono invece alberghi, pensioni e soprattutto case da dare in affitto. Costruzioni che spesso risultano sparse sul territorio attorno al paese e costruite con criteri “moderni”, grandi vetrate, stufe a pellet, riscaldamento con caldaie a gas, garage con rampe d’accesso, portoni elettrificati, lontano dalla strada principale a cui si arriva con stradine private.
    I giovani “veri montanari” sono invece delle eccezioni in quanto per loro nelle valli c’è ben poca prospettiva e quasi tutti scendono a vivere in pianura. Quelli che rimangono in generale sono iper-modernisti, sia per la concezione dell’abitazione che per il rapporto con l’automobile e con i sistema consumistico. Tra quelli che conosco ben pochi apprezzano i valori e le abitudini dei loro vecchi.
    Tuttavia, le riflessioni del mio post, come nota Alessandra, partivano dall’esame di quanto è accaduto in montagna per sottolineare questioni di carattere ben più generale. Da una parte l’elevatissimo grado di fragilità e di vulnerabilità di TUTTE le strutture urbane, abitative, di servizio e trasporto, rispetto alla più che probabile carenza, in quantità e in qualità, di energia necessaria a mantenere in continuo il loro funzionamento. Dall’altra la profonda impreparazione dei cittadini, degli amministratori, dei politici, sia dal punto di vista cultuale che psicologico, nell’affrontare eventi semplicemente fuori della norma in via transitoria o per tempi ridotti. Eppure è ormai abbastanza chiaro che sia dal punto di vista climatico che da quello energetico le prospettive che ci attendono non sono affatto tranquillizzanti e nemmeno tanto lontane.
    2) La sindrome “nimby” (Not In My Back Yard) non è estranea a quanto successo, nè lo sono la sordità dei “decisori” e la farraginosità delle norme. In questo caso avrebbero sicuramente ridotto l’impatto del disastro ma più in generale avrebbero una portata limitata. I black out possono essere originati da guasti, puntali o diffusi (a questo proposito va considerato che in futuro una riduzione di affidabilità delle varie reti energetiche e di servizio è molto probabile) ma quelli più dannosi (e più probabili) arriveranno da carenza di disponibilità rispetto al carico richiesto. E potranno riguardare non solo l’elettricità ma anche il gas o il carburante per trazione. Ecco che allora bisogna pensare “più in grande”, cioè a ridefinire la nostra vita quotidiana e i nostri sistemi (ampi e circoscritti) meno dipendenti da energia fossile e con qualche, pur limitato o temporaneo, “piano B”. In casi simili a quello da me esaminato ben diversa sarebbe stata la capacità di resilienza se abitazioni e paesi fossero realizzati con criteri diversi, più resilienti, o almeno un livello minimo dei servizi quasi essenziali (riscaldamento, illuminazione, cottura e conservazione di alimenti, acqua per bere ed igiene essenziale) potesse essere mantenuto anche in “isolamento” dalla rete elettrica con una diffusione capillare di pannelli fotovoltaici. Magari “integrati”, come ricordato, dalla presenza di stufe tradizionali a legna in casa e, all’esterno, dalla disponibilità e dall’abitudine delle persone a intervenire direttamente a ridurre il problema (esempio: spalando la neve dalle strade difronte alle loro abitazioni).
    3) per quanto riguarda i rifiuti sarei molto più prudente nel considerare opportuna la costruzione di un inceneritore (anche se di ultima generazione). L’attuale approccio al tema rifiuti, che punta quasi tutto sulla differenziata e sul riciclo, lasciando la consistente frazione di “secco non riciclabile” a disposizione di inceneritori (e quando possibile, come a Marghera, a produrre CDR da bruciare assieme al carbone in una centrale termoelettrica) va velocemente superata per giungere, quanto prima possibile a ridurre nettamente la produzione di “rifiuto” attraverso sistemi di produzione basati su principi e obiettivi radicalmente diversi dagli attuali e puntando fortemente sul riuso, riutilizzo e allungamento della vita delle merci.
    Sono consapevole che ciò comporta cambiamenti molto difficili e radicali della società in cui stiamo vivendo e sono molto d’accordo con chi scrive che bisogna fare cultura e informazione qualificata su questi temi, tanto che da decenni sto dedicando a ciò buona parte della mia vita.
    Qualche risultato lo porto a casa ma è ben poco rispetto a quanto servirebbe e, come scrivo chiudendo il mio post, spero non serva la pedagogia delle catastrofi perché la consapevolezza di questi inevitabili cambiamenti diventi senso comune.

  13. Sono una persona che ama il progresso ma non perdo di vista il passato, soprattutto ho fatto tesoro delle esperienze dei miei genitori e delle mie. Dobbiamo in ogni caso rispettare la natura e saperla vivere. Quando ero ragazza ai tempi del liceo vivevo in un paese vicino a Piacenza. Li ho trascorso alcuni inverni molto rigidi capitava che nevicasse 4/5 volte da dicembre a febbraio. Una volta ricordo la temperatura era scesa a -17 non potevamo andare a scuola perché “la corriera” non passava perché la lastra di ghiaccio sulla strada era molto pericolosa di conseguenza tutto “magicamente” si fermava!! E poi la mia infanzia l’ho vissuta in Germania e di neve ne ho vista moltissima ci si scaldava con il fuoco del camino e la legna andavo a prenderla con la mamma con l’ausilio di un carretto. Per questo motivo ritengo che non bisogna dimenticare l’esperienza saggia dei nostri vecchi! Progresso si ma con moderazione!!

  14. Sandro

    Articolo che fa riflettere ma che deve far crescere la consapevolezza che può accadere in momenti meno vacanzieri. Dobbiamo coinvolgere i ragazzi affinché siano stimolati a comprenderne le ragioni oltre che cosa fare in questo momenti!

  15. Credo utile per una riflessione rispetto ai valori ed ai bisogni essenziali. A volte fa bene tornare alla semplicità: ricordi, emozioni e tanta serenità della nostra infanzia senza tecnologia e social network. E i nostri ragazzi abituati al “tutto e subito” oggi non sanno apprezzare queste piccole cose…

  16. Mario Signorelli

    Articolo interessante. Dividererei il commento in due parti, la prima (uno) che riguarda la mancata esistenza di un “piano B” come viene chiamato dall’articolista, e la seconda (due) attinente le strutture di distribuzione di elettricità e la loro manutenzione.
    Sul punto uno, la mancanza di un piano alternativo di sopravvivenza per almeno 24-48 ore in zone di montagna è del tutto imperdonabile da chi abita o possiede una qualsiasi abitazione. Occorre secondo me una informazione opportuna, ma anche un non rilascio dell’abitabilità a chi non dimostri di poter far fronte ad evenienze come quelle delineate.
    Sul punto due, sono parimenti molto severo con chi detiene le reti di distribuzione dell’energia elettrica, vale a dire per quanto ne so al 95% ENEL S.p.A.: non è pensabile infatti che il proprietario di tali infrastrutture, che fa pagare bimestralmente ai suoi utenti quote fisse di costi per coprire i propri, non sia in grado di far fronte rapidamente ad una nevicata un po’ oltre l’usuale. Qui i piani di emergenza devono esistere ed essere collaudati periodicamente, ed il personale deve essere addestrato per le zone dove deve operare. Non esistono gli A-team in grado di operare dovunque, non siamo in un telefilm americano.
    Pavia, 6 gennaio 2014. Mario Signorelli”

  17. Riccardo Tedeschi

    La cultura del rischio.

    L’interessante articolo di Mirco Rossi è una testimonianza lucida e ben argomentata di un principio importante comune molti campi: più un sistema è complesso più è vulnerabile ai cosiddetti “eventi estremi”.
    Un “evento estremo” è definito nella letteratura economica come un evento raro, ma non impossibile, e in grado di arrecare danni severi (in inglese “a severe, but plausible event”).

    Le valli montane turistiche e densamente abitate come quelle delle Dolomiti sono a loro modo sistemi complessi e, come Mirco Rossi ci ha abilmente dimostrato, ormai fortemente dipendenti da un’unica fonte di energia: quella elettrica prodotta prevalentemente tramite combustione di idrocarburi e distribuita tramite una rete di cavi. L’evento estremo che le ha mandate in tilt la nevicata abbondante. Le i punti critici evidenziati: la vetustà della rete di distribuzione, la mancanza di adeguata manutenzione preventiva, l’elevata concentrazione su un unica fonte di energia, la mancanza di una “cultura energetica e del rischio” anche nella progettazione delle abitazioni.

    Mentre leggevo questo articolo mi sono venute in mente delle analogie molto forti con la crisi finanziaria che ha colpito i paesi occidentali a partire dal 2007-08. Anche in questo caso un eccesso di indebitamento, la mancanza di trasparenza e la complessità delle operazioni finanziarie in essere e l’accumularsi di crediti non esigibili nelle mani di diverse banche americane ed europee, hanno fatto si che il sistema finanziario nel suo complesso diventasse assai vulnerabile alle crisi di liquidità. Alla “prima forte nevicata”, cioè all’inizio della recessione americana di inizio 2007, si è innescata una crisi di liquidità che ha mandato in tilt il sistema causando fallimenti a catena (uno dei primi e tra i più clamorosi vi fu quello di Lehman Brothers, … ricordate?).

    Cosa fare dunque per non rinunciare alla complessità, ma costruire sistemi robusti in grado di resistere ad “eventi estremi”?

    Una prassi che a seguito della crisi si è diffusa tra le Banche Centrali di tutto il mondo, incaricate di vigilare sulla solidità dei sistemi finanziari, è quella di eseguire ogni anno sulle banche da esse controllate le cosiddetta “prove di stress” (in inglese “stress test”). Le Banche Centrali elaborano scenari macroeconomici di ipotetiche crisi, severe ma plausibili, e chiedono alle banche vigilate di simulare l’impatto di tali scenari sui propri bilanci e patrimoni. Se da tali prove risulta che il patrimonio di una banca diviene negativo e, quindi, la banca potrebbe teoricamente fallire se lo scenario si realizzasse, allora al top management della banca viene richiesto di adottare misure preventive (es. ridurre il portafoglio crediti, fare una aumento di patrimonio,… ecc.).

    Mi chiedo allora (anche a Mirco Rossi più esperto di me su questi temi):
    – Quali sono gli enti responsabili della vigilanza in materia di energia e protezione dell’ambiente che dovrebbero vigilare sul settore in Italia?
    – Perché non applicare gli stessi strumenti e similari “prove di stress” anche in ambito ambientale ed energetico?
    – E’ veramente tanto più costoso il passaggio da un approccio di “manutenzione a rottura” a un approccio di manutenzione preventiva”?

    Immagino che in molti casi la risposta a tali quesiti sia “non ci sono sufficienti soldi per farlo” e forse anche “c’è confusione sulle competenze in materia”.
    Tuttavia, credo, ci sia anche un problema di “cultura del rischio” assai poco diffusa.
    Un sito come questo è il posto adatto per incominciare a parlare di rischio e dei modi migliori per misurarlo e di conseguenza iniziare a gestirlo.

  18. Quanto emerge dall’articolo e dai numerosi ed interessanti commenti che ne sono seguiti è sostanzialmente un quadro che evidenzia una forte dipendenza dalla tecnologia e dalle infrastrutture ad essa legate da una parte ed una gravissima carenza di prevenzione dall’altra. Posto che il fenomeno meteorologico è stato considerato ampiamente eccezionale, ciò non esclude che in questo caso, come altri analoghi, emergano chiare carenze nella pianificazione dei servizi e, soprattutto, delle forme di prevenzione del rischio.
    Come citato nel precedente commento di Riccardo Tedeschi, che apprezzo molto, esiste spesso una scarsa capacità di valutazione e gestione dei rischi in ambiti quale quello del servizio energetico nazionale in occasione di “eventi estremi”.
    Avendo esperienza personale nell’ambito di servizi pubblici, ritengo che sia necessariamente da migliorare l’aspetto legato alle sinergie tra i soggetti che hanno impatto su eventi analoghi a quello analizzato nell’articolo, nello specifico il gestore della rete elettrica nazionale, gli organismi regionali di controllo ambientale, gli enti regionali competenti in materia di piano energetico e così via. Come accade per altre realtà tecnologiche, tutti i soggetti dovrebbero concorrere per garantire un piano di emergenza adeguato alla tipologia di rischio.

    • Mario Signorelli

      Mi sembra una buona sintesi, aggiungerei peraltro un attore fra quelli evidenziati: le singole persone. Ritengo non sia più ammissibile, da parte dei singoli cittadini, attendersi che le Istituzioni in generale li prendano per mano e li conducano fuori dai rischi e dalle crisi. Specie poi col neoliberismo imperante che pone le Istituzioni stesse al centro di un tiro al bersaglio spesso giustificato ma talora qualunquistico: spero di essere chiaro, non sto dicendo che nel nostro Paese tutto va bene.
      Il singolo quindi dovrebbe – a mio avviso – essere attento, quando compra od affitta una casa in luoghi dove una nevicata da un metro non è un evento eccezionale, ad avere un “piano di emergenza” famigliare che consenta a lui ed ai suoi di sopravvivere per 24-48 ore. Cito a casaccio: torce a pila, acqua, viveri, coperte, batteria di scorta del telefonino. Non mi dilungo oltre, il concetto credo sia chiaro.

  19. Un semplice e rapido commento.
    Se non l’avete fatto leggete il libro di Mauro Corona “la fine del mondo storto” e troverete tutte le risposte all’articolo.
    A me ha aperto veramente gli occhi…leggetelo.

  20. Dimenticavo, non è più fantascienza!!!

  21. Lorenzo Magnani

    Bello e utile. Gli esseri umani hanno costruito quelle che alcuni chiamano nicchie cogniitve proprio per stare meglio e per difendersi ma queste vanno mantenute e non fatte degradare (Mario Signorelli dice qualcosa nel suo post a proposito del nefando neoliberismo, che condivido), inoltre in equilibrio con la natura, non è una cosa difficile basta saperlo e volerlo. Ma se si distrugge lo stato e si creano crisi economiche cicliche, come prendersi cura dell’ambiente naturale e artificiale? A me non sgomenta la mancanza di energia elettrica ma l’irresponsabilità umana degli ultimi anni.

  22. Marta

    Ci vogliono progetti di informazione/ educazione, in modo da dare le basi per gestire questi ed altri accadimenti.
    Senza conoscenza, si va in tilt anche per molto meno.

  23. Il problema sulla mancanza di energia non si pone, ci sono scoperte a noi non ancora note, da dove si può avere energia a basso impatto ambientale e inestinguibile, naturalmente dobbiamo sottostare alle multinazionali della grande finanza che ci impongono quel che più conviene a loro, senza alcun rispetto per l’ambiente, la natura e la nostra salute.
    La situazione che si è venuta a creare nella zona dolomitica non è certo imputabile alla natura, ma all’opera dell’uomo, di opere eseguite 70/80 anni fa e mai manutentate seriamente, ma bensì con interventi palliativi e mai risolutive con nuove tecnologie e/o sistemi innovativi per la distribuzione sicura delle energie, questi problemi presto li avremo anche con la rete idrica e telefonica, non presto con quella del gas metano perché ancora “giovane”, queste responsabilità sono tutte politiche, di questa classe che ci portiamo avanti da più di mezzo secolo. Non ci si vuol rendere conto che non siamo proprietari del pianeta terra ma degli ospiti e alquanto stupidi per giunta, tanto da poter pensare di tener testa a ciò che è enormemente più grande e potente di noi!

  24. mirco rossi

    A Mario Signorelli (1.
    Come scrivi, Enel è una Spa e da quando lo è diventata a furor di popolo il suo scopo non è solo quello di assicurare il servizio ma anche quello di soddisfare gli azionisti, il Tesoro in primis. Ridurre i costi in ogni settore è stata azione ben più drastica e veloce della paventata spending review.

    A Riccardo Tedeschi.
    In questo caso l’evento non può nemmeno definirsi estremo ma solo “fuori dal comune”.
    Per trovare le origini prime della crisi 2007-2008 mi piace ricordare che la prima “nevicata umida e abbondante” (e del tutto prevedibile!) fu l’aumento del costo dei carburanti a seguito dell’aumento del costo del barile di petrolio. In poche settimane centinaia di migliaia di famiglie americane, come molte altre strutturalmente indebitate per la casa, per gli studi dei figli o per le spese sanitarie, si sono trovate davanti al dilemma di pagare le rate dei mutui/prestiti o fare il pieno all’auto, indispensabile per poter muoversi, lavorare, acquistare il cibo, ecc. E in gran numero hanno scelto di non pagare le rate in scadenza, causando il crollo del castello di carta rappresentato dagli innumerevoli derivati costruiti dal sistema finanziario sui mutui subprime.
    Che io sappia esiste solo la Carta dei Servizi, l’Autorità per l’Energia e il Gas e il diritto civile. Il gestore in sostanza è una Spa (Terna e/o Enel Distribuzione) e risponde solo nei termini di quanto previsto dai suoi impegni contrattuali con il consumatore e del codice civile in caso di dolo o colpa grave. Non credo che una scarsa o insufficiente manutenzione preventiva possa rientrare in questi ambiti. L’interruzione del servizio di solito prevede obbligo di rimborso in caso di lavorazioni a ciclo continuo. Salvo, come in questo caso, non sia dovuta a eventi di carattere “straordinario”, cioè non usuali.
    Una buona e puntuale attività di manutenzione preventiva prevede in larga misura l’aggiornamento e l’ammodernamento degli impianti. Che costa parecchio e richiede anche autorizzazioni degli enti locali.

    A Magnani.
    In effetti ciò che deve preoccuparci è la mancanza di senso di responsabilità singola e collettiva rispetto a quanto sta accadendo. Spesso anche molti tra coloro che pur intravvedono qualche ectoplasma della realtà sempre più complessa e, di conseguenza, sempre più fragile, ritengono sia rimediabile con i “miracoli” della scienza e della tecnologia. Cioè, vedono la soluzione sempre fuori da sé.

  25. riccardo tedeschi

    A Mirco Rossi e ad Antonio Furesi.

    Se ho capito bene i soggetti coinvolti sui temi energetici sono:
    1) L’Autorità per L’Energia ed il Gas
    2) I soggetti gestori del servizio e della rete (Enel / Terna)
    3) le Regioni (direzione ambiente) e vari enti minori

    Quali sono i poteri di indirizzo e controllo sull’operato dei soggetti gestori e delle Regioni dell’Autorità per L’Energia ed il Gas?
    Se i poteri fossero solo consultivi o di indirizzo vorrebbe dire che non esiste un organo di vigilanza a livello nazionale nel settore dell’energia e dell’ambiente … giusto? (spero di sbagliarmi, ovviamente).
    Non esiste un ministero (o una sezione di un ministero centrale) che segua il settore emanando direttive a livello nazionale?

    Perdonate la banalità della domanda, ma conosco poco la legislazione in materia ed il tema è interessante.
    grazie dell’attenzione e cordiali saluti

  26. Ho un ricordo vivido della notte al buio di tanti anni fa per cause solo parzialmente spiegate. L’impotenza totale di essere al buio completamente senza grossi problemi perché essendo settembre i riscaldamenti erano spenti. Ciò che è avvenuto pochi giorni fa a causa della neve non è che il nervi scoperto di una situazione precaria lasciata in balia degli eventi atmosferici. Oggi è la neve, domani una frana, in seguito altro. Gli organi preposti dribblano i controlli e le manutenzioni necessarie palleggiando le responsabilità ai vari enti. Credo che abbiamo tutti dimenticato la saggezza dei nostri vecchi che con pochissimo ottenevano tanto. Se la loro saggezza venisse applicata oggi con le potenzialità che abbiamo vivremmo in un mondo felice. Occorrerebbe tornare alle origini fosse solo per trovare persone che ci potessero governare con la vera capacità del “buon padre di famiglia.”. È utopia questa ? Non è forse che abbiamo dimenticato i valori? Meditiamo. Meditiamo. Complimenti per gli illuminati interventi che ho letto.

  27. Riccardo Tedeschi

    Per Mirco Rossi

    P.S. … Ottima la ricostruzione dell’inizio della crisi dei mutui sub-prime … :mi ero dimenticato del particolare legato all’aumento dei prezzi della benzina …:-)

  28. Io il 26 dicembre ero a San Vito di Cadore ed ho vissuto il black out per circa 24 ore.
    I miei ragazzi si sono divertiti ad illuminare la casa con tante candele e ad aiutare la nonna a cucinare rischiarando le pentole con la pila. Abbiamo giocato a carte a lume di candela mentre i nonni ci raccontavano divertiti alcuni aneddoti sulla loro vita senza energia elettrica.
    Purtroppo il 27 mattina sono dovuta rientrare a casa perché anche i telefoni cellulari erano isolati ed avevo garantito la reperibilità ai miei colleghi di lavoro.
    Che lezioni ne traggo? La presenza dei nonni ha trasformato il black out in un’esperienza tutto sommato divertente, ma credo che, in loro assenza, io e mio marito non lo avremmo affrontato con lo stesso spirito giocoso.
    A causa del nostro lavoro nel settore informatico, per noi sarebbe letteralmente impossibile vivere senza energia elettrica: siamo “ipertecnologici” ed “iperconnessi”.

  29. Molto dipende dallo stato di adattamento delle persone. La tecnologia ha portato sicuramente molte comodità ma con esse ha generato tanta opulenza e nessun senso di sacrificio. Senza arrivare al pensiero dello scrittore Corona, credo che col tempo inevitabilmente dovremo fare i conti con la natura che diventerà sempre più imprevedibile e pericolosa per il genere umano e non solo. Paradossalmente dovremo munirci di armi lasciate al passato e non puntare tutto sulla modernità. No naturalmente un ritorno al passato, ma un progresso più lento e accompagnato da un diverso modo di intendere la vita.

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