da-conferenza-a-livetwitting

Pubblicato il 19/09/2013 Da in Ambiente

Energia e futuro. Parliamone…

La sera del 12 aprile 2013 si è tenuta a Mestre una conferenza di Mirco Rossi:
divulgatore sui temi dell’energia e ricercatore indipendente, da anni sviluppa un’intensa attività d’informazione scientifica sugli aspetti energetico-ambientali, nel Centro e nel Nord Italia, indirizzata a cittadini, gruppi culturali, associazioni, forze politiche e sindacali, insegnanti e soprattutto studenti delle scuole di secondo grado.In questa fase la sua ricerca tende a sottolineare e rafforzare le relazioni tra gli aspetti tecnico-scientifici e i valori etico-sociali, collegando i temi delle sue conferenze con i contenuti dei due libri recentemente pubblicati:
LIBRO_MIRCO_DECLINOEnergia e Futuro, le opportunità del declino.
affronta a 360°, con un linguaggio scientificamente rigoroso ma semplice e leggibile da chiunque, tutti gli aspetti della situazione attuale e delle prospettive energetiche globali.
Di tutte le fonti già disponibili e di quelle futuribili, che in teoria potrebbero diventare disponibili.
LIBRO_MIRCO_CONSUMISMOLa parabola del consumismo
è un racconto autobiografico che l’autore ha deciso di scrivere per proporre alle giovani generazioni, principi e valori di un tempo (a loro praticamente sconosciuti) che risulteranno presto utili, se non indispensabili, per poter “leggere” e affrontare meglio la realtà che si sta definendo. I motivi e la cause di questa realtà in formazione (di cui si vedono già i bagliori che, impropriamente, ci limitiamo a definire crisi economico-finanziaria) sono complessi. Per molti studiosi tra di essi i più profondi sono legati alla progressiva difficoltà nel soddisfare la crescente domanda mondiale di risorse naturali, in particolare di energia primaria, ma non solo.
Durante la serata del 12 aprile 2013, oltre alle persone presenti in sala, centinaia di persone hanno potuto seguire la presentazione “online” grazie ad un livetwitting di Alessandra Giraldo dal suo account twitter @giraldo_ale.
Questa interazione, seppur a distanza, ha generato una serie di domande, contributi, dubbi e spunti di riflessione che vi riportiamo:
– in verde i tweet pubblicati
– in rosso le interazioni via twitter degli altri utenti
– come testo, le risposte di Mirco Rossi o le successive rielaborazioni

Buona lettura!
Alessandra Giraldo
9 luglio 2013

1) I ragazzi sotto i 30 anni non hanno più l’opportunità di vivere in una famiglia ‘sobria’, per eccesso di cose

Sì, il consumismo, a partire dal periodo del cosiddetto “miracolo economico” italiano, è diventato per quasi tutti l’idea portante e ha trasformato in merce, quasi tutto. Direi anche i sogni.

2) Andamenti di mercato, sviluppo demografico e consumi: le linee tratteggiate = scenari

02-grafico-domanda-2

Il grafico è una rielaborazione di quello originario pubblicato nel 1972 in “The limits to Grow”, malamente tradotto in italiano “Limiti dello sviluppo”. Prende in considerazione a livello globale le risorse non rinnovabili, il cibo pro-capite, i servizi pro-capite, la popolazione, la produzione industriale pro-capite e l’inquinamento globale. Questa elaborazione (2008) evidenzia come il trentennio 1970-2000 a consuntivo abbia registrato dati reali quasi perfettamente sovrapposti alle linee calcolate nel 1972. Ciò fa supporre che siano alte le probabilità che gli scenari (non si tratta di previsioni!) indicati per il futuro possano sostanzialmente realizzarsi.

INTERAZIONI DALLA RETE:

@PeracchiValerio: propone un confronto con il grafico qui sotto

02-grafico-PERACCHI

Il grafico postato da Peracchi non lo conoscevo, ma credo di poter dire sia il risultato di uno studio dedicato all’andamento demografico. Cosa radicalmente diversa dal grafico precedente, realizzato sulla base di un modello di calcolo messo a punto per l’analisi dei sistemi complessi, dove i diversi fattori considerati determinano azioni e retroazioni tra loro, in grado di modificare l’andamento che avrebbe una singola curva analizzata autonomamente.

Mentre nel grafico dello sviluppo della popolazione mondiale ritengo siano stati presi in considerazione, assieme gli andamenti storici più recenti, le condizioni sociali, le politiche economiche e demografiche di tutti i singoli paesi, nel grafico de “The limits to Grow” i fattori presi in considerazione sono quelli più generali che riguardano l’intero pianeta, a partire dalle risorse primarie (combustibili, minerali, metalli) disponibili (presenti in quantità limitata sulla crosta terrestre) per finire all’inquinamento planetario. Come sembra piuttosto evidente il declino della curva delle risorse disponibili, in tempi diversificati, determina il declino di tutte le altre curve, compresa quella della popolazione mondiale. Che presa a se stante ha tutt’altro andamento.

3) L’era del petrolio a basso costo è finita

03-grafico-domanda-3

Il greggio “convenzionale” (esistono almeno altri tre tipi di greggio: non convenzionale, profondo e polare) ha sostenuto quasi da solo il fenomenale sviluppo (differenziato tra le diverse realtà) che ha coinvolto il pianeta nella seconda metà del XX secolo. A partire dal 2007-8 le quantità estraibili ed estratte sono in costante diminuzione. La disponibilità capace di soddisfare la domanda mondiale viene garantita (per ora) dall’incremento degli altri tipi, tutti più “difficili” da estrarre e/o produrre. Ciò determina da una parte l’aumento del costo economico del barile ma, cosa molto più preoccupante, l’aumento del “costo energetico”. Cioè delle “unità di energia” che si devono consumare per estrarre una nuova unità di energia.

Mettere a disposizione nuovo petrolio risulta sempre più difficile e il risultato netto dell’intero processo diminuisce. È del tutto improbabile che si trovino altri giacimenti importanti di petrolio “facile”. In ogni caso nessuno ha la sfera di cristallo: le curve per il futuro disegnano “scenari”, cosa ben diversa dalle previsioni. In ogni caso non saranno così lineari ma sicuramente “a denti di sega” come in passato, ma la tendenza mediana difficilmente potrà essere molto diversa.

4) Nel grafici, in verde il petrolio dei nuovo giacimenti, in rosso il petrolio consumato

04-grafico-domanda-4

Il grafico illustra il passato e lo scenario futuro delle scoperte di petrolio convenzionale. Lo considerò un po’ pessimistico, ma anche se petrolio convenzionale se ne potrà trovare, come penso, oltre il 2050, la tendenza futura non potrà essere molto diversa da quella disegnata.

INTERAZIONI DALLA RETE:

@BrugolaDigitAle: @giraldo_ale hai presente il referendum per abolire le centrali nucleari. Ecco quello è il grafico. In rosso le persone che non hanno capito

@fgr62: @BrugolaDigitAle @giraldo_ale non solo, ma investiamo molto di piú in fracking che in energie alternative, fusione nucleare e energy saving

Non mi sono del tutto chiare le osservazioni contenute nei due tweet. Probabilmente nel primo si vuol sostenere che troppe persone si sono “ciecamente” espresse contro il nucleare. Il secondo, che sembra esprimere un giudizio non positivo sul fracking, sostiene che si dovrebbe investire di più sulle rinnovabili (è sbagliato considerarle alternative), sulla fusione nucleare e sul risparmio. Così almeno capisco e in tal senso rispondo:

  1. Ritengo che chi si è espresso contro la costruzione di quattro nuove centrali nucleari in Italia lo abbia fatto principalmente sulla base di pochi elementi sufficientemente noti: timori per le conseguenze gravissime di un incidente al nocciolo, impossibilità di eliminare la radioattività a scala temporale della vita umana, mancanza di soluzioni reali per lo stoccaggio delle scorie. Sono già questi elementi sufficienti, ma ve ne sono altri, in gran parte poco noti, altrettanto determinanti e di cui parlo diffusamente nel mio “Energia e futuro, le opportunità del declino”. Dell’aspetto legato ai costi economico-finanziari (di costruzione, smantellamento, trattamento e stoccaggio scorie) ne farò cenno in un altro mio post, dedicato agli “incentivi”. Ora cito solo qualche altra criticità: il progressivo esaurimento dell’uranio minerale, i possibili scopi non pacifici della tecnologia, l’inconsistenza allo stato attuale dell’ipotesi chiamata “quarta generazione”, l’alta pericolosità – già sperimentata – delle centrali autofertilizzanti, l’impossibile auto-mantenimento della fissione del torio.
  2. Sul fracking condivido il giudizio negativo, ma si tratta in fondo di una tecnologia estrattiva che non richiede particolari investimenti, tranne per il fatto che bisogna perforare continuamente nuovi pozzi, in quanto questo tipo di pozzo tende a esaurirsi in pochi mesi. Negli usa si è coniato il termine drill-drill-drill. Questa frenetica attività, con conseguenze ambientali devastanti in alcune aree, sta mettendo a disposizione dei consumi interni americani una grande quantità di petrolio (e anche di gas) tanto da determinare a breve l’autosufficienza negli USA nel settore idrocarburi. Va notato che il ritorno energetico del petrolio da fracking è di molto inferiore a quello dell’attuale petrolio convenzionale, a sua volta sceso di un fattore 10 rispetto al petrolio estratto sino alla metà del secolo scorso. Questo apparente e insperato “tesoretto” non durerà a lungo (si stima una ventina d’anni o poco più) e la sua fine determinerà una caduta ancor più rovinosa e verticale della disponibilità di questa fonte, dalla quale nel frattempo gli USA risulteranno ancor più dipendenti. Analogo ragionamento vale per il gas da fracking.
  3. D’accordo: sulle energie rinnovabili (eolico e solare) bisogna investire molto, in particolare nella ricerca per migliorare le tecnologie attuali e sviluppare i sistemi di accumulo (per risolvere il problema dell’intermittenza della produzione), migliorare la rete elettrica e renderla più adatta alla produzione poco programmabile, nonché per la messa a punto della promettente tecnologia (già in avanzato grado di realizzazione) che punta allo sfruttamento dei venti d’alta quota (da 500 m di altitudine in su).
  4. Sulla fusione nucleare (calda) suggerisco molta prudenza. Gli investimenti sono già giganteschi, almeno sulla carta (si parla di circa 16 miliardi di euro di spesa complessiva). ITER, la macchina che si sta tentando di costruire, dovrebbe venir terminata forse-forse tra oltre una quindicina d’anni.
    04-grafico-domanda-4-bisNessuno è in grado di dire se questi tempi saranno rispettati. I ritardi si accumulano e ancora non sono state individuate le soluzioni tecniche ottimali per componenti critici della macchina. Nel frattempo le difficoltà economiche dei paesi coinvolti mettono in crisi il flusso di risorse necessario. Quando e se realizzata, questa macchina sarà comunque un prototipo e per qualche anno si limiterà a ripetere l’esperimento di fusione che, da progetto, dovrebbe durare qualche decina di secondi ogni volta. Se tutto andasse bene il Giappone si era inizialmente impegnato a realizzare successivamente la prima centrale elettrica dimostrativa attorno a questo nuovo tipo di “motore”. Opera per nulla semplice né breve, ma una delle tante conseguenze dell’incidente di Fukushima è stato il ritiro di questa disponibilità.
  5. Sul risparmio di energia non si può non essere d’accordo, trattandosi di un grande “giacimento” facilmente sfruttabile. Occorre però prestare attenzione che non si realizzi il cosiddetto “paradosso di Jevons”. Cioè che i miglioramenti di efficienza, o il risparmio di energia che si ottiene con una certa azione, non si trasformino in un maggiore consumo di energia complessivo. Esemplare è la storia dell’automobile. Le prime percorrevano solo qualche chilometro con un litro di carburante, mentre ora un’auto moderna, anche di una certa potenza, può percorrerne una ventina. Un netto miglioramento di efficienza tecnologico, indubbiamente. Ma un tempo in Italia di automobili in circolazione ce n’erano solo poche decine o centinaia di migliaia, oggi ne circolano oltre 36 milioni, grazie alla maggiore efficienza raggiunta. E le conseguenze sulle riserve di energia e sull’ambiente non sono state certo positive.

Inoltre bisogna sempre valutare se l’energia che si risparmia, con l’uso e/o la gestione, durante tutta le vita utile di un qualsiasi oggetto artificiale “più efficiente” (elettrodomestico, automobile, abitazione, ecc.), sia maggiore o minore dell’energia che si è consumata per la realizzazione del nuovo oggetto o il conseguimento della migliore efficienza. In molti casi risulta più conveniente mantenere “in vita” più a lungo possibile il vecchio oggetto e continuare a usarlo anche se il suo consumo unitario e maggiore, perché così si evita di “spendere” energia in quantità maggiore per costruirne uno nuovo e più moderno.

Altro esempio contraddittorio lo si riscontra in chi installa pannelli fotovoltaici sui tetti delle abitazioni private. Non tutti, certo, ma un buon numero di questi cittadini, in apparenza positivamente orientati al risparmio di energia, con i risparmi conseguiti si permette poi acquisti che prima probabilmente non avrebbe fatto o avrebbe rinviato. Come cambiare anzitempo l’auto, magari acquistandone una più potente, o cambiare il mobilio o fare un viaggio in più. Niente di condannabile in sé, ma le loro scelte non determinano alcun risparmio di energia nel bilancio complessivo e probabilmente ne aumentano il consumo.

Il risparmio energetico ha senso se lo si “congela”, cioè se volontariamente si modifica il proprio stile di vita o se per legge risulta conveniente consolidarlo.

5) Regno unito. Confronto tra produzione, consumo ed esportazione

05-grafico-domanda-5Il grafico mostra chiaramente quanto è successo negli ultimi quarant’anni relativamente al petrolio nel Regno Unito. Sino agli anni ’70 il paese doveva importarlo tutto e trovava nel carbone estratto dalle proprie miniere la principale fonte di energia. Queste ultime, sfruttate da oltre due secoli, cominciavano a risultare sempre più difficili da coltivare e meno convenienti. Quando negli anni ’70 vengono individuati i giacimenti di idrocarburi nel Mare del Nord si capisce che metteranno a disposizione grandi quantità di gas e petrolio (facile e di buona qualità). Infatti la Ttatcher costringerà alla resa le organizzazioni dei minatori e chiuderà le miniere, poggiando la crescita del paese sul petrolio. Presto se ne estrae in abbondanza tanto che il paese diviene esportatore di greggio. Il picco di estrazione si verifica poco prima del 2000 e, come si vede, il declino è veloce e inarrestabile. In pochi anni il Regno Unito ritorna a dover importare petrolio, pur diminuendone i consumi. La sua economia nel frattempo inizia a pagare pesantemente questo cambiamento e si riaprono alcune miniere di carbone, anche perché nel frattempo la produzione di energia nucleare è entrata anch’essa in una crisi senza uscita. Un dato significativo: attorno all’anno 2000 per comperare una sterlina serviva 1 euro e 75 centesimi; nel 2010 le monete arrivano quasi alla parità.

6) Italia. Confronto tra produzione e consumo di petrolio

06-grafico-domanda-6

7) Italia. Confronto tra produzione e consumo di gas

07-grafico-domanda-7

I due grafici mostrano quanto residuale sia la produzione interna di idrocarburi rispetto al consumo nazionale. L’Italia è il paese europeo energeticamente più dipendente dalle importazioni di energia. Un fattore che ci espone a forti criticità, in particolare per il gas che, a causa della bassa densità, non è agevolmente stoccabile e quindi diventa vitale poter contare sul suo flusso continuo attraverso i gasdotti che ci collegano soprattutto al Nord Africa e alla Siberia.

D’altronde non esistono reali soluzioni nazionali a questo problema dal lato dell’aumento della produzione interna.

Le riserve di gas nei giacimenti presenti nel territorio italiano sono in via di esaurimento e ormai stimate a meno di un terzo di quelle degli anni novanta mentre la produzione nazionale è inferiore a un decimo del consumo.

Una percentuale ancora più bassa è quella della produzione nazionale di petrolio rispetto ai nostri consumi. Di recente l’ex governo Monti, su proposta del ministro Passera, ha approvato un piano che prevede nuove trivellazioni per lo sfruttamento di alcune giacimenti presenti in zone del paese. Anche volendo trascurare le non trascurabili conseguenze sull’ambiente e sulle economie locali ad esso collegate, è utile sapere che se fosse praticamente possibile (ma non lo è!) estrarre tutto il petrolio presente nel nostro sottosuolo (tutto = somma dei quantitativi di cui è certa l’esistenza, di parte di quello che probabilmente esiste e di quello di cui è ipotizzabile l’esistenza), esso potrebbe soddisfare le esigenze del nostro paese per circa un anno.

Cioè, non cambierebbe affatto la situazione e tantomeno la prospettiva.

Tanto varrebbe lasciarlo dov’è, quale preziosa riserva per tempi ben più difficili che certamente dovremo affrontare in futuro e nel frattempo industriarci per ridurre i consumi e sviluppare quanto più possibile la produzione e l’impiego delle fonti di energia rinnovabile.

8) Consumi mondiali di energia

08-grafico-domanda-8

Il grafico copre quasi completamente i due ultimi secoli e mostra come, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il pianeta abbia saputo e potuto sfruttare (con le note pesanti differenze) una quantità gigantesca di energia e di risorse naturali a sostegno di una crescita pressoché esponenziale. “La parabola del consumismo” racconta lo stile di vita che caratterizzava la maggior parte della società italiana proprio nel momento di cambiamento più accentuato di direzione della curva. L’autore, assieme alla sua generazione, ha potuto godere di condizioni che in precedenza nessun altro umano aveva potuto sperimentare e che, con ogni probabilità, nessun altro potrà trovare. Le attuali generazioni di giovani sono nate in una fase in cui energia e risorse minerali sono disponibili ancora in grandissima quantità e varietà, ma questa situazione non è destinata a durare. Crescendo i ragazzi di oggi si troveranno coinvolti in un’esperienza senza precedenti, ma di segno inverso. Anche la loro si può definire una “generazione sperimentale”. Nessuna altra generazione di umani (soprattutto della parte ricca del mondo) in passato ha mai dovuto affrontare un declino, che ormai sembra iniziare, simile a quello che mostrano alcuni scenari. Ne sono state vittima alcune civiltà, che sono scomparse. Ma mentre allora il resto del pianeta continuava per la sua strada e ci si poteva spostare su altri territori liberi, oggi la situazione è completamente diversa e, con grandi differenze, la vita di tutte le popolazioni è interdipendente. Fatte salve alcune tribù composte da qualche centinaio d’individui che ancora vivono sfruttando le foreste pluviali o l’agricoltura e l’allevamento a completo ciclo chiuso, non esistono popoli o civiltà talmente separate dal resto del mondo da non trasmettere ad altri i loro problemi o da non subire le conseguenze dei problemi altrui.

Forse la più grave conseguenza determinata dall’andamento di questa curva è di ordine culturale. Quanto è successo nell’ultimo mezzo secolo ha ormai condizionato il pensiero politico e quello economico, ma soprattutto il senso comune di quasi tutte le persone. Non si riesce a immaginare ci possa essere un futuro diverso di quello basato sulla crescita, come se la curva potesse continuare a crescere indefinitamente.

Ma non è dato che una crescita senza fine si realizzi in presenza di una disponibilità finita (cioè limitata) delle risorse su cui obbligatoriamente deve sostenersi e di un ambiente non infinito che ne possa opportunamente “digerire” in tempo le conseguenze.

9) Il problema più grande che avranno i nostri figli e i nostri nipoti

09-grafico-domanda-9

In effetti questa figura rappresenta IL PROBLEMA con grande nettezza.

Il grafico è concettuale, cioè non definisce né tempi né quantità. Ritengo sia ben poco importante che il picco più alto della capacità di estrazione del petrolio (tutti i “petroli”) avvenga tra qualche anno o tra un decennio, o magari anche un po’ più in là.

Le difficoltà che stiamo superando per trovarne nuove quantità e per estrarle sono crescenti e continuare così significa solo innalzare ulteriormente il punto da cui dovremo (o dovranno i nostri figli) necessariamente iniziare a scendere, magari rovinosamente. Intanto il petrolio convenzionale quasi sicuramente ha “piccato” attorno al 2007-2008.

Per le conseguenze che si determineranno è insignificante che il “picco di tutti i petroli”, si verifichi in un lasso di tempo variabile, contenuto in qualche lustro.

Soprattutto in presenza di un pensiero collettivo (politico, economico) che resta fortemente ancorato un’unica soluzione: la crescita. Che non potrà quindi più realizzarzi e che costringerà tutti (ovviamente, chi più chi meno, ma nessuno escluso) a fare i conti con un duro risveglio dai sogni.

Andamenti simili a quello qui rappresentato per i combustibili fossili riguardano tutte le risorse (minerarie e metalliche) presenti in quantità limitata sulla crosta terrestre e, persino, quelle rinnovabili che vengano usate e sfruttate a velocità superiori alla loro capacità di riprodursi.

INTERAZIONI DALLA RETE:

@ALRandazzo: @giraldo_ale viva l’energia solare, eolica e celle a idrogeno, alla faccia dei petrolieri

D’accordo per l’energia solare ed eolica, fermi restando i limiti di questa fonte spiegati più avanti. Per quanto riguarda le celle a idrogeno, non ritengo affatto siano una soluzione da inseguire. L’idrogeno libero (cioè non legato ad altri elementi) in pratica non esiste sulla terra. Ne è stracolmo l’universo, ma è altra storia. Qui sulla terrà ne esistono quantità gigantesche ma tutte legate o al carbonio (CH4) a formare metano, o all’ossigeno (H2O) nell’acqua. Dobbiamo quindi ricavarlo, come facilmente si fa, qui a Porto Marghera, da oltre 50 anni per usi petrolchimici. Lo si ricava “spaccando” la molecola di metano (e liberando così carbonio!) ma così facendo si perde circa il 35% del potere energetico del metano. Inoltre appena libero l’idrogeno è gassoso, molto poco denso e altamente volatile, inservibile. Bisogna comprimerlo con centinaia di atmosfere di pressione o renderlo liquido portandolo a temperature prossime a -260°. Questo comporta ulteriore forte dispendio di energia. In sostanza la produzione di una unità d’idrogeno pronta all’uso consuma ben più della metà dell’energia contenuta nell’unità di metano da cui viene estratto. Ricavarlo dall’acqua non è difficile, ma serve elettricità che in larghissima parte viene prodotta, per ora e ancora per lungo tempo, con l’uso di combustibile fossile (carbone in particolare). Per una serie di questioni ineliminabili, dipendenti da principi fisici, il rendimento netto di questo processo è circa la metà di quello già molto basso che si ottiene con il processo che usa il metano.

Se ha senso produrre idrogeno come componente indispensabile alla realizzazione di alcuni processi chimici, non ha nessun senso produrlo per usarlo come combustibile. Anche perché, se apparentemente si ha un beneficio ambientale locale, ciascuno dei due processo determina un maggiore inquinamento complessivo.

Quando e se la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile sarà così elevata da non poter più essere tutta consumata direttamente, si potrà pensare di usarne l’eccedenza per stoccare energia sotto forma di idrogeno. Ma quei tempi, se mai si presenteranno, paiono ancora lontanissimi. Nel frattempo le celle a idrogeno resteranno utili in piccole nicchie applicative, per far funzionare tecnologie altamente sofisticate, come per esempio i satelliti e le navette spaziali (se avremo le risorse sufficienti per continuare a lanciarne).

10) L’energia nel mondo e chi la consuma

La squilibrata distribuzione dell’energia è allo stesso tempo causa ed effetto delle diverse condizioni di vita presenti sul pianeta. Un riequilibrio potrebbe risolvere moltissimi problemi (per esempio obesità e sprechi da una parte e malattie e fame dall’altra) e magari fermare la ricerca di nuovi giacimenti e l’estrazione di altri combustibili dalla crosta terrestre.

10-grafico-domanda-10

10-grafico-domanda-10-bis

Ma questo accadrebbe in un mondo guidato da sentimenti di solidarietà e di giustizia sociale, che è tutto da costruire. Nel frattempo ci vuole molta sfacciataggine a invitare i paesi che pro-capite consumano molta meno energia di noi, a rallentare, a non aumentare i propri consumi e nel frattempo continuare a mantenere elevati i nostri.

Queste differenze, che per alcune realtà africane, sono ben più marcate, si possono mettere tra le cause principali di quel processo migratorio che sta sempre più coinvolgendo selvaggiamente popoli e paesi. L’esplosione di questo fenomeno va collegata anche ai nuovi sistemi di comunicazione e d’informazione. Già mezzo secolo fa, e prima ancora, esistevano differenze forti tra il livello di vita delle diverse popolazioni, ma le informazioni su queste differenze non erano diffuse, erano scarse e soprattutto invisibili. In gran parte del globo la conoscenza dei fatti arrivava con qualche sbiadita pagina di giornale dopo settimane, non esisteva né la televisione né la rete. Ora tutto ciò che accade, gli stili di vita, i modelli culturali, vengono conosciuti in diretta, anche nel più isolato e povero dei villaggi, dove i giovani non vedono alcuna speranza di un futuro decente. E l’attrazione per quello che spesso viene percepito, a torto, come il paese del bengodi, diventa irresistibile e si parte, costi quel che costi. Anche la vita stessa. Inoltre gli spostamenti fisici da un posto all’altro possono sfruttare mezzi veloci, anche se talvolta così insicuri da diventare mortali.

INTERAZIONI DALLA RETE:

@63_spinelli: @giraldo_ale ….e Cina e India si stanno espandendo

E’ verissimo. Ma se mettiamo a fuoco che la stragrande maggioranza delle merci che si producono in quei paesi soddisfano i consumi del mondo “ricco”, allora la loro crescita assume un diverso significato. Per esempio, quando si mantiene collegato alla merce prodotta in quei paesi, poi consumata o usata in occidente, l’inquinamento che essa determina, si vede meglio chi è responsabile dell’inquinamento. Noi ricchi abbiamo delocalizzato l’inquinamento, approfittando del fatto che i paesi poveri non possono (o credono di non poter) permettersi il lusso di tenerne conto.

@ucronia82: @giraldo_ale pensavo che la Cina ne consumasse di più francamente

La figura mostra i consumi pro-capite, non di consumo a livello di paese. Dimensione questa che vede la Cina aumentare a velocità molto elevata il proprio, basato per circa 3/4 sul carbone nazionale di cui è ricca (anche se le sue riserve vanno calando velocemente) e per il resto sull’accaparramento di petrolio e gas ovunque sia possibile .

11) Un chicco ne produce 40 perché in “=” usiamo un trucco: una quantità esagerata di petrolio

11-grafico-domanda-11

Anche questa è una immagine che illustra un concetto, che poco più avanti verrà ripreso relativamente al petrolio.

Se seminando un chicco di grano se ne raccolgono tre, conviene cambiare attività, altrimenti si muore di fame. Se invece se ne raccoglie una decina, si può pensare di mantenere la famiglia e magari, in più famiglie, avanza qualcosa per mantenere il prete, il medico, e qualcuno che studia e non lavora. Ma non troppi. Questo è un risultato paragonabile a quanto offriva l’agricoltura tradizionale, quella “a ciclo chiuso”, con un livello di meccanizzazione molto basso e priva di supporti chimici. Quando invece si ottengono decine di chicchi allora si fa una vita da ricchi. Pochi addetti possono alimentare anche tutti coloro che non coltivano, come è accaduto in Italia. In 50 anni gli addetti all’agricoltura sono passati da poco meno di 10 milioni (e la popolazione superava di poco i 45 milioni ) a circa 800 mila, mentre la popolazione è oltre i 60 milioni. Milioni di ragazze e ragazzi, possono stare (o no) sui libri sino ai vent’anni e oltre anziché spaccarsi la schiena a zappare; milioni di persone ancora in salute e sufficientemente forti da poter lavorare la terra, possono fare i pensionati e dedicarsi ai loro hobby.

Ma in questo caso il risultato è “truccato” dall’inserimento nel processo di un fattore estraneo: l’energia fossile. Si tratta infatti di un risultato “drogato”, che dipende quasi totalmente dall’uso di macchine per la lavorazione dei terreni, la raccolta e il trasporto dei prodotti, dall’irrigazione artificiale, dall’uso di concimi, diserbanti, anticrittogamici. Cioè dipende quasi totalmente dalla disponibilità di energia fossile o elettrica, in ogni caso non più dal lavoro umano e dalla forza animale.

Quando (non “se”) le disponibilità di energia primaria scenderanno al di sotto dei fabbisogni attesi (desiderati) le conseguenze in agricoltura saranno pesanti, sia nelle attività meccanizzate che nella produzione di concimi e altre sostanze usate nei campi. Nel frattempo avremo in Italia già distrutto definitivamente e irreparabilmente centinaia di migliaia di ettari di territorio fertile cementificandolo in quantità crescente per usi ben poco necessari o utili. Sono ormai migliaia e migliaia le case sfitte, le seconde case, i capannoni inutilizzati, le rotonde stradali grandi come campi da calcio, ecc. Lo scorso anno sono stati cementificati circa 22.500 ettari di territorio italiano. Un dato che in un passato non lontano presentava un trend annuo ancora più elevato.

INTERAZIONI DALLA RETE:

@sergioferraris: @giraldo_ale dove si è svolta l’iniziativa? ci sono tracce in rete? Grazie

@giraldo_ale: @sergioferraris cercherò di mettere qualcosa in rete io. Ho conosciuto Mirco Rossi oggi, ma non lo mollerò facilmente

L’iniziativa si è svolta a Mestre il 12 aprile 2013 ma è solo una di una lunghissima serie iniziata ormai 25 anni fa e che nell’ultimo decennio ha praticamente assorbito la maggior parte delle mie energie e del mio tempo. Altre sono già in calendario e altre ancora seguiranno, in tutto il nord e buona parte del centro Italia. In effetti resta ancora fuori tutto il sud dopo Roma, ma qualcosa si sta muovendo anche da quelle parti.

Il libro, o meglio i libri, sono la sintesi di quanto illustro (usando molte più immagini di quelle qui presenti) nelle conferenze e nei seminari che mi vengono richiesti. Presentarli al pubblico rappresenta sempre l’aggancio per fare discorsi più ampi e approfonditi sui temi che in essi ho affrontato e sviluppato.

In rete, scrivendo il mio nome o il titolo dei miei libri, si trovano alcuni link. Alcuni portano anche a You Tube, altri all’interno del sito di Aspo Italia, l’associazione di cui faccio parte e che studia il picco del petrolio e di altre risorse. In quel sito sono presenti materiali di approfondimento e interventi vari, alcuni dei quali portano la mia firma.

Ho conosciuto di persona Alessandra solo stasera (ndr: 12 aprile 2013). Eravamo entrati del tutto casualmente in contatto un paio di giorni fa sulla rete. Credo anch’io che non ci perderemo presto. Anzi questo lavoro è testimonianza di un positivo e importante sviluppo di sinergie.

12) Non ci rendiamo conto di una cosa: se l’energia elettrica scarseggerà, non avremo acqua, perché va estratta

Aggiungo: ….. da grandi profondità e pompata nelle tubature che la distribuiscono sul territorio, sino ai piani più alti delle abitazioni.

La battaglia che si è fatta sull’acqua, sia come bene comune che come elemento vitale insostituibile, è assolutamente lodevole. Tuttavia questa visione, come accade in quasi tutti gli altri casi, è un po’ strabica, perché trascura totalmente il fatto che in società altamente antropizzate, come la nostra, l’acqua ormai, anche nelle situazioni migliori, bisogna tirarla su con pompe elettriche da falde profonde centinaia di metri e poi spingerla per decine di chilometri attraverso il territorio, sollevandola magari sino al decimo piano.

Amplio il discorso sottolineando che un aereo non vola per tutte le buone regole dell’avionica con cui è stato costruito o grazie ai principi fisici ormai ben noti, ma perché può disporre continuamente di energia da bruciare. Altrimenti resta un oggetto del tutto inutile. Per non parlare di iPod, di cellulari e delle complessissime diavolerie che permettono a milioni di persone di dialogare normalmente nello stesso momento a grande distanza, come nel nostro caso.

L’energia è alla base di tutto. Senza di essa non esiste il moto, la vita, tanto meno quella artificiale.

13) Quanto petrolio si otteneva fino a metà 1900 con un barile di petrolio e quanto oggi

13-grafico-domanda-13

Riprendo quanto scritto al punto 11 a proposito dei chicchi di grano per paragonare il risultato netto che l’estrazione del petrolio offriva sino alla metà dello scorso secolo con quello, ben più striminzito, su cui si può contare da alcuni anni a questa parte. In livello è sempre più di frequente inferiore a un decimo di quello che si registrava in passato (7, 8 invece che 100). Per oltre mezzo secolo il petrolio ha permesso a molti paesi, con modalità e risultati diversi, di crescere e sviluppare la produzione, l’economia, i servizi e il welfare. Da qualche tempo continuare in questa direzione risulta molto più arduo, sia perché il risultato netto si è drasticamente ridimensionato sia per la presenza di un maggior numero di acquirenti sul mercato mondiale di energia.

Ma c’è un altro aspetto che non si può trascurare. Qui si sta esaminando il petrolio convenzionale. Gli altri tipi di petroli presentano tutti un ERoEI ancora più basso, arrivando, per esempio, nel caso delle sabbie bituminose ad attestarsi attorno a 2. Anche altri “succedanei” del petrolio sono lontanissimi dagli ottimi risultati di un tempo. Per non parlare dell’etanolo che ha un ERoEI inferiore a 1 e dell’idrogeno che presenta un risultato ancor più negativo. Cioè si consuma più energia di quella che poi il prodotto finito fornisce in fase di utilizzo.

Questo concetto, così semplice e così misconosciuto, mette profondamente in discussione molte delle tranquillizzanti prospettive sbandierate da chi sostiene che non ci si deve preoccupare, che petrolio ce n’è tantissimo e che ne troveremo sempre. Dimentica che è relativamente importante quanto ce ne sia sotto terra ma è vitale invece quello che è possibile estrarre e risulta disponibile per gli usi che l’uomo intende farne.

14) Cosa “costa” un pezzo di pane oggi (un tempo molte voci scritte sotto, erano naturali)

15-grafico-domanda-15

L’immagine è tra le più vecchie in mio possesso. L’ho messa a punto per la prima volta nel 1988 con un pc equipaggiato con un processore “286”. Perché si “aprisse” sullo schermo aspettavo circa 4 minuti.

L’intento è quello di dimostrare come il consumo di energia non avvenga solo nei modi che normalmente si prendono in considerazione: il consumo di carburante, di elettricità, il gas per il riscaldamento, ecc. Cioè quello misurata con le bollette o che tocca direttamente il portafoglio.

Le varie freccette rappresentano quasi tutte le “immissioni” di energia che sono indispensabili a sostenere il processo che produce il pane. Un tempo esse erano tutte fornite da energie rinnovabili (lavoro umano, forza animale, concime, cadute d’acqua o vento, legna, ecc.). Oggi provengono tutte dall’uso di combustibile fossile o da elettricità.

15) Non si vede bene, ma è il “buco nero” di tutta l’energia che sparisce nella produzione di un oggetto

15-grafico-domanda-15-bis

In sostanza gran parte dell’energia primaria che consumiamo, oltre che come componente chimico molecolare necessario a costruire la materia che compone molti oggetti e molte cose, interviene come “energia di processo” che, per il secondo principio della termodinamica, risulta “consumata” (termine improprio ma efficace) per sempre. Una volta utilizzata l’energia degrada e non può più essere riportata al livello precedente e riutilizzata per trasformarla ancora in lavoro o moto. Di conseguenza ogni oggetto, di qualunque tipo, foggia o dimensione (da uno spillo a una portaerei, da un mattone a un paio di occhiali) può essere letto provocatoriamente (ma non troppo) come un “buco nero” dove entra una certa quantità di energia che poi “sparisce”, non potrà mai più essere recuperata. “L’aggetto: un buco nero”, così si intitola il capitolo di “Energia e futuro” che affronta l’argomento. Ne deriva che grande, grandissima attenzione deve essere riservata alla vita utile di ogni oggetto. Esattamente il contrario di quanto avviene oggi.

@PeracchiValerio: @giraldo_ale grazie per questa interessante “diretta” (suppongo :-)

@giraldo_ale: @PeracchiValerio sì, è una diretta :-)

Per me è la prima volta che capita di essere “spalmato” in diretta sulla rete. Molto interessante.

16) Mettiamoci in testa una cosa: quando ricicliamo, NON RECUPERIAMO ENERGIA. Evitiamo di consumarne ancora

17) Cosa “costa” una bottiglia di vetro nuova, e cosa una riciclata

17-grafico-domanda-17

Questa affermazione, che può suonare provocatoria, è logica conseguenza di quanto chiarito nel paragrafo precedente. L’energia di processo non può essere riciclata o recuperata. Con i cosiddetti processi di termo-valorizzazione si recupera l’energia del materiale combustibile presente nella composizione del rifiuto, ma non certo quella del processo necessario a costruire quel rifiuto.

Il riciclo può, se fatto bene, recuperare la materia prima (parte della …) ma necessita di altra energia per essere attuato. Il materiale che così si recupera “contiene” un po’ di energia di processo. Quindi il nuovo oggetto che si va a costruire con il materiale riciclato necessita di meno energia. Non si recupera l’energia consumata nel processo precedente e per produrre un nuovo oggetto, simile o uguale a quello diventato rifiuto, si consuma dell’altra energia, seppur in misura minore della volta precedente. Ma continuando in questo modo, come si nota nella figura, i quantitativi di energia consumata si sommano costantemente. Va sottolineato che nel caso il ciclo del processo sia progettato male o gestito in modo “disattento” o per scopi diversi da quelli del massimo obiettivo energetico-ambientale, il risultato può diventare negativo. Cioè che si consumi nel processo di riciclo più energia di quella che si risparmia reimpiegando il materiale recuperato per produrre il nuovo oggetto.

Quasi sempre sarebbe molto più conveniente allungare al massimo la vita degli oggetti, riusarli, ripararli, riutilizzare i componenti o le parti anche per scopi diversi di quelli originari. Ma bisogna innanzi tutto cambiare la progettazione e i sistemi di produzione degli oggetti. Argomenti che tratto a fondo in “La parabola del consumismo”.

18) Cosa costano in petrolio gli oggetti che abbiamo in casa. La produzione di un televisore a colori costa 300-600 kep (kg equivalenti petrolio). E ci dicono di spegnere il led!

18-grafico-domanda-18

L’unità di misura in questa immagine è il kep, cioè la quantità di energia presente in un chilo di petrolio. La medesima quantità di energia viene messa a disposizione da quantità diverse di carbone, di petrolio o di energia elettrica. I dati esposti sono definibili “spannometrici”, in quanto calcoli di questo tipo, per essere realmente attendibili, richiedono l’individuazione di tipologie precise di materiale e l’applicazione di procedure, non sempre basate sulle stesse regole, a ognuna di esse. Il senso dell’immagine è offrire un ordine di grandezza plausibile in modo che ci si renda conto, con discreta approssimazione, di quanta energia è necessaria per costruire un oggetto.

Così un oggetto, tra i tanti che ci sono familiari, può essere letto dal punto di vista dell’energia consumata per costruirlo e non soltanto per quella che consuma quando lo facciamo funzionare.

E’ interessate valutare i risultati di una statistica empirica ma molto significativa, costruita sulla base di dati raccolti in centinaia di scuole, a partire dal 2001. In media sono presenti oggi nell’area del nord – nordest circa 3,4 televisori in ogni famiglia. Al di là dell’uso che ne viene fatto (come mette in luce un tweet successivo) vale la pena considerare che in ogni abitazione sono presenti in media quasi 15 quintali di “petrolio equivalente” sotto forma di televisore. Che ancora possiamo immaginare spento, non ancora allacciato alla rete. E, appunto, ci preoccupiamo di spegnere il led. D’accordo, non è opportuno lasciarlo acceso, ma nessuno osa chiarire che prima di consumare l’energia che serve per costruire un televisore un led deve restare acceso per oltre due secoli. Non basterebbe un solo televisore in ogni abitazione? Magari costruito per durare a lungo e riparabile facilmente?

Rinviando l’approfondimento alla lettura di “Energia e futuro”, è bene sapere che il sistema che incentiva l’acquisto di una nuova auto con la rottamazione di una più vecchia, nella maggioranza dei casi comporta un maggior consumo di energia e maggiore inquinamento complessivo. Sarebbe meglio continuare a usare quella rottamata. A partire dai pochi dati esposti nella slide , è semplice per chiunque fare molte altre considerazioni di questo tipo.

@63_spinelli: @giraldo_ale ….meglio tener spento anche il video, guadagneremo energia celebrale

Non c’è alcun dubbio, anche se val la pena ricordare che le macchine in fondo sono di natura tutte “neutre”. Sta a noi usarle in modo intelligente o stupido.

19) Pannelli fotovoltaici e altre energie rinnovabili aiutano, ma non bastano

20) 2/3 delle risorse fossili non vengono trasformate in energia, ma trasformate in materia

19-grafico-domanda-19

19-grafico-domanda-19-bis

Si tratta di considerazioni molto importanti seppur banali, che ben pochi però mettono a fuoco.

Come si vede dal grafico, che prende in esame i consumi mondiali di tutte le fonti di energia dal 1965, l’energia consumata sotto forma elettrica (riga bianca) è circa il 40% di tutta l’energia consumata globalmente. In quale modo viene usato il restante 60% dell’energia?

(Per inciso, in Italia l’energia elettrica è pari al 35% mentre gli usi diversi dall’elettricità sono circa il 65% dell’energia primaria consumata in totale.)

Semplicemente la quota restante, maggioritaria, la si usa direttamente per le proprietà “materiali” che possiede, cioè per dar vita a reazioni chimiche basate sulle molecole presenti negli idrocarburi e nei carboni.

Poiché le rinnovabili altro non possono produrre che energia elettrica, si evidenzia nettamente il loro limite.

E’ impossibile che, per quanto esse vengano sviluppate, possano sostituire completamente l’apporto di energia e risorse che sono in grado di fornire idrocarburi e carboni.

E’ pur vero che una parte, anche importante, del consumo non elettrico di fossile può essere sostituita da consumo su base elettrica.

Penso, per esempio, alla sostituzione di gran parte dei veicoli mossi da motori a combustione interna con veicoli (in particolare per uso pubblico) mossi da motore elettrico. Potrei fare anche altri esempi, ma è indispensabile, oltre che investire e promuovere le fonti rinnovabili, porci come obiettivo la riduzione drastica e veloce del consumi di combustibile fossili.

Dobbiamo smettere di bruciare questo tesoro insostituibile e realizzare quel cambio di paradigma che così spesso richiamo nel testo dei miei libri. Altrimenti si pone come pressoché insolubile un gigantesco problema di carattere etico: come faranno le generazioni future a costruire alcune delle cose indispensabili che dipendono dalle molecole presenti nei fossili ? Penso a certi oggetti in plastica, ormai insostituibili in varia attività come la medicina o l’elettronica, ai lubrificanti, alle vernici, ai solventi, ecc.

@63_spinelli: @giraldo_ale …la miglior energia rinnovabile è il risparmio energetico. Fermare gli sprechi è un dovere morale

Sul risparmio di energia ho già scritto al punto 4). Per gli sprechi c’è ben poco altro da dire.

@giraldo_ale: @63_spinelli hai colto l’essenziale. E ACQUISTARE MENO!

@63_spinelli: @giraldo_ale …e puntare a essere

Ovvio, ricordando che significa liberarsi dalle catene della pubblicità, della moda, dalla ricerca di compensazioni materiali a disagi emotivi, a crisi sentimentali, a difficoltà esistenziali. Uno scherzo da ragazzi !! ☺ Ma sfida affascinante.

@giov_sardisco: Queste sono le discussioni che vorrei leggere ogni giorno.

Disponibile oggi … e tutti i domani.

@63_spinelli: @goiv_sardisco @giraldo ale grazie, quando vuoi interagire anche tu….

21) Con un pannello fotovoltaico non potremmo MAI produrre un oggetto di plastica

22) “Non abbiamo NESSUN DIRITTO di estrarre tutte le energie disponibili”

Su queste due questioni ho già scritto appena sopra.

@gsbetti74: @giraldo_ale ‘….perché il nostro è un mondo che i nostri figli ci hanno dato a prestito….’ (cit.)

Si, e abbiamo noi l’obbligo di ricordarcene anche se loro non lo sanno. Già guasti ne abbiamo fatto tanti e molti giovani stanno già ora pagando prezzi salati. Domani si ritroveranno un ambiente inquinato con un clima che potrà in “un lampo” determinare cambiamenti che in passato avvenivano in millenni, assieme a una montagna di debiti da pagare. Cerchiamo almeno di non lasciare loro tutti i “serbatoi” di fossili svuotati.

23) “Guardo le vostre facce, stasera. Immaginate quella dei ragazzi, quando vado nelle scuole”

Non è una novità osservare alla fine delle mie conferenze tante facce “basite”, soprattutto di chi credeva di avere già le idee chiare e si sentiva sufficientemente informato.

Parlando di studenti, bisogna distinguere.

A quelli di terza media (ragazzini/e) risparmio la parte più dura delle mie poco allegre conclusioni. Va loro lasciata ben aperta la porta della speranza. Non hanno né la struttura culturale né quella emotiva per superare l’impatto con qualcosa che, pericolosamente, per loro può trasformarsi in barriera insuperabile, blocco. Difficilmente potrebbero trovare la forza per reagire.

Con quei “tipi” che sono i maturandi, ormai pressoché uomini e donne a pieno titolo, spesso alti più di me, ben nutriti e ben palestrati, molti con patente o tessera elettorale in tasca, il comportamento è diverso. Decido volutamente di portarli in lenta progressione verso lo shock finale, per tentare in questo caso di fare breccia (e non è facile) nei muri che in tanti di loro si sono ormai consolidati, durante il lungo percorso verso la maturità passato immersi nel consumismo (che la scuola non pensa minimamente di mettere in discussione).

Sicuramente buona parte di coloro che hanno ascoltato le mie parole, più o meno attentamente ma quasi sempre in un silenzio che lascia di stucco i loro insegnanti, rimane refrattaria a qualsiasi spinta al cambiamento. Credo però che, almeno per qualche minuto, quegli studenti siano stati sfiorati dal dubbio, dalla perplessità, nei riguardi di uno stile di vita e di una concezione dell’esistenza che, da tutto e tutti, vengono indicate come le migliori e le più convenienti strade da percorrere.

Capita di frequente che, alla fine dell’incontro in classe, i più preparati, i più svegli, quelli che in qualche misura ritenevano di possedere una discreta conoscenza dell’argomento, si ritrovino più confusi dei compagni. Entrati in aula convinti di sapere, alla fine si scoprono incerti più di altri dopo aver verificato che alcune loro “verità”, date per acquisite, poggiavano su piedistalli di sabbia asciutta.

Tra costoro, che più accusano il colpo di una realtà inaspettata, alla fine della lezione talvolta qualcuno sente il bisogno di continuare il dialogo, di approfondire. Si rende conto che gli si è aperto davanti uno spiraglio attraverso il quale intravvede qualcosa che nemmeno immaginava esistesse. Così mi si fa intorno, chiede di poter restare in contatto tramite la posta, esprime l’intenzione di indagare uno dei tanti temi sfiorati preparando la tesina di maturità, vuole titoli di libri, indirizzi di portali, di forum e di blog.

Quando capita, questo mi rallegra più di ogni altro feedback e mi convince che forse qualcuno saprà e potrà trarre profitto dal mio impegno. Mi ripaga delle delusioni che di tanto in tanto contrassegnano i miei articolati percorsi divulgativi.

24) La mia versione scherzosa su una possibile soluzione (per evitarvi il suicidio stasera:-) Questo è un Hammer!

23-grafico-domanda-23

E’ giusto sdrammatizzare, anche se è molto probabile che buon parte dei giovani di oggi, debbano riprovare il brivido di doversi spostare senza poter contare sulla flessibilità straordinaria (anche se poi ci pensano ingorghi e code!) offerta dal sistema di trasporto privato basato sui motori a combustione interna. Sicuramente la soluzione dell’automobile elettrica presto accelererà la sua penetrazione nel mercato. La produzione di queste nuove vetture si sta già attrezzando per offrire una risposta valida su questo terreno. L’energia elettrica la sappiamo produrre in tanti modi e quindi potremo usarne in quantità maggiori, ma è bene cancellare subito l’illusione (che alcuni coltivano!) che un paese come l’Italia in un tempo di transizione che, se va bene, si può stimare attorno a un ventennio, possa sostituire quasi 40 milioni di veicoli a combustibile fossile con altrettanti alimentati da elettricità.

24-grafico-domanda-24Non è solo la vettura da cambiare (e questo è già un problema gigantesco per diversi motivi!) ma bisogna eliminare il sistema che garantisce la possibilità di usare il tipo di automobile attuale e realizzarne uno completamente diverso, in pratica dal nulla. E’ quindi molto probabile che il trasporto elettrico privato si ridimensioni nettamente e che si sviluppino vari tipi di trasporti elettrici pubblici (treni, tram, filobus, auto a più posti, pullman). Si, anche pullman e camion elettrici per il trasporto di merci su lunghe direttrici, che esistevano già nel secolo scorso sia in Russia che in Italia.

24-grafico-domanda-24-bis

Nel 1938 l’AEM di Milano costruì una linea filoviaria lunga ben 62 chilometri che arrivava fino alle pendici dello Stelvio, per trasportare il cemento che serviva alla costruzione di un grande serbatoio idroelettrico in val di Fraele, a circa 2.000 metri di quota.

24-grafico-domanda-24-ter

Erano primi tentativi che avrebbero potuto svilupparsi velocemente.

Ma stava arrivando tanto petrolio facile, a costi molto bassi e l’industria stava preparando i camion che avrebbero dovuto sostenere il movimento delle merci, delle armi e dei soldati nella seconda guerra mondiale. Il derivati del petrolio risultavano molto più adatti per un sistema che si voleva estremamente flessibile e composto da unità mobili assolutamente autonome da strutture fisse. Più avanti, per motivi a volte molto poco nobili, in quasi tutte le città italiane (escluse le principali) tram e filobus elettrici, piuttosto diffusi nel nord Italia, scomparvero definitivamente attorno agli anni ’60, sostituiti da puzzolenti autobus a gasolio.

25) “Ai ragazzi chiedo il regalo più bello: bici, cell. Quando chiedo l’emozione: il TEMPO con chi ha fatto il regalo”

E’ una riflessione collettiva che talvolta propongo, e su cui tutti, in modo per loro inaspettato, si ritrovano d’accordo.

Inizialmente, per abitudine mentale, quando invito gli studenti a riflettere su quale sia stato il più bel regalo che hanno ricevuto, il riferimento va alla prima bici, al motorino, all’orologio, da qualche tempo all’iPod, ecc. Quando poi chiedo per quanto tempo l’emozione di quel regalo sia rimasta viva, restano confusi perché si rendono conto che dopo qualche settimana l’agognatissimo regalo resta solo una bici, un motorino, un iPod, ecc.

Invito quindi nuovamente a ricordare quale sia stato il momento più emozionante da loro vissuto e che ancora magari un po’ li turba. Ecco che allora, con qualche imbarazzo, emerge l’omaggio inaspettato di un fiore, il primo bacio, la prima passeggiata mano nella mano, un tramonto, ecc.

In fondo, anche se lo dimentichiamo spesso, noi umani abbiamo molto più bisogno di umanità che di cose.

26) “Ricordate che i ragazzi capiscono più e meglio di noi. Ma certe cose gliele dobbiamo dire”

Non bisogna mai essere doppi con i ragazzi: meritano rispetto. Poi ci sono anche quelli che se ne fregano, o che fanno finta di fregarsene, ma non bisogna darlo per scontato.

27) L’unico modo per invertire queste disastrose tendenze è consumare meno, comprare meno

28) Comprare meno in una società che ci spinge a comprare sempre più. Costruiscono elettrodomestici che si rompono

Non è proprio l’unico modo, ma è certamente quello più incisivo.

La produzione industriale, l’economia tutta, si fondano ormai sulla bulimia del consumo, in tutti i campi. Un tale comportamento è diventato così “normale” da travalicare in molti il confine più intimo, quello dei sentimenti: si consumano freneticamente anche i sentimenti.

Il sistema (o parte del sistema) va subito in crisi se si rallenta il consumo e, quindi, la produzione. La pubblicità è il principale e più efficace strumento per alimentare la crescita della spirale. L’obsolescenza programmata è una delle tecniche migliori per evitare che rallenti la produzione.

@63_spinelli: @giraldo_ale …purtroppo se non consumi togli lavoro e se togli lavoro crollano i consumi. La ruota perversa del capitalismo

@giraldo_ale: @63_spinelli il libro infatti si intitola “La parabola del capitalismo”. Ma, appunto, è una parabola.

Verissimo. Il minore consumo di merce, in questo tipo di organizzazione sociale, determina minore produzione e quindi minore occupazione.

Nasco e cresco in una famiglia operaia e a un certo punto della vita ho voluto anche fare un’importante un’esperienza sindacale (8 anni). So bene quale valore abbia il lavoro, quanta dignità esso dia alla persona. Non l’ho provato di persona ma ho partecipato alla disperazione di chi si è ritrovato senza lavoro e senza prospettive. Angosciato e impaurito come chi un tempo veniva scacciato dalla città. Solo, fuori dalle mura che offrono sicurezza, in balia dell’ignoto e degli eventi che non in nessun modo può gestire.

I fautori della crescita a ogni costo (cosa ben diversa dallo sviluppo) usano in continuazione il ricatto del legame indissolubile esistente tra lavoro e produzione. Ma il lavoro non può e non deve essere solo quello che conosciamo in quest’epoca e che sta continuamente perdendo significato positivo in relazione al benessere dell’individuo. Il lavoro, sempre più massificato, nelle società occidentali e in quelle che ne stanno copiando (o tentano di copiarne) il modello, oggi non ha più come finalità la produzione di beni, ma quella di merci. Cioè di cose in maggioranza inutili, sempre meno utili, controproducenti, esorbitanti rispetto ai reali bisogni dell’uomo, che hanno un alto valore di scambio ma poco o nessun valore d’uso, in particolare di uso “qualificato”.

Il lavoro e la produzione così restano finalizzati a perpetuare sé stessi per garantire, in un ciclo immaginato senza fine, nel più breve tempo possibile, l’accumulo del maggior profitto possibile all’investimento di capitale. Si producono merci lavorando sempre di più per guadagnare di più e poter poi comprare sempre più merci, che non migliorano affatto l’esistenza. Anzi, oltre una certa misura, la complicano.

Ovviamente (tralasciando in questa sede le gigantesche questioni legate alle realtà ancora lontane da quello minimo) c’è un livello che è possibile definire equilibrato, che può bastare, quello che può essere indicato con la parola “sobrietà”. Al di sopra di esso l’individuo, la società, la natura, le future generazioni, sono costrette a pagare un prezzo sempre più elevato. Con il peggioramento della qualità della propria vita, di quella della collettività, la perdita del senso di condivisione e della solidarietà, la competizione feroce, la distruzione dell’ambiente e delle risorse che dovrebbero essere usate con attenzione e conservate con cura per gli uomini e le donne che verranno.

Ne “La parabola del consumismo” cerco di affrontare sinteticamente questo tema ragionando sulla possibilità che, in presenza di una drastica riduzione della produzione e della quantità di lavoro a essa dedicato, sia possibile garantire la quantità complessiva di lavoro distribuendola tra produzione, riparazione e manutenzione di beni. Con un carico individuale ridotto rispetto a oggi.

Quindi meno lavoro in produzione per produrre beni e non merci. Beni duraturi, riparabili, riutilizzabili e finalizzati al miglioramento non delle sovrastrutture dell’esistenza ma dei suoi aspetti essenziali. Rifugio, cibo, mobilità, cultura, salute, relazioni, possono essere soddisfatte in misura più che sufficiente producendo molte meno merci e attivando molte meno attività terziarie di quante oggi assorbono, in quantità esorbitante, energia, materia, vite.

Quindi, molto lavoro distribuito sulle attività di manutenzione e riparazione, per mantenere in vita un bene, per rispettare il valore della materia, dell’energia e del lavoro che sono stati necessari per realizzarlo.

Per un livello di accettabile benessere, per una vita informata alla sobrietà, anche la quantità di denaro necessaria è minore. Se si acquistano meno merci, se quelle acquistate durano a lungo, non serve avere tanto denaro.

Io non so se il “picco” dei combustibili fossili, il declino del consumismo, riusciranno a mettere definitivamente in crisi il capitalismo. E’ molto probabile che l’indispensabile riadattamento risulti incompatibile con il capitalismo, ma la complessità è tale che è difficile immaginare come finirà.

So però che il capitalismo è nemico giurato della sobrietà.

@63_spinelli: @giraldo_ale …quindi, come consumatori, abbiamo il potere di indirizzare chi produce a fare scelte etiche. Compriamo col cervello

@giraldo_ale: @63_spinelli bravo Alby :-)

@63_spinelli: @giraldo_ale ..grazie, brava pure tu. Hai alzato il livello. Lo dicevo che hai fascino

Elementare, Watson!

29) “Io sono qui stasera SOLO PERCHÉ so che ne verremo fuori. Altrimenti non avrebbe senso”

Non dedicherei più un minuto alla mia ricerca, ai miei studi, a queste iniziative, se non confidassi nella possibilità di reagire. La mia generazione non può contribuire molto in questo, ma i giovani possiedono enormi potenzialità. E’ necessario che ne diventino consapevoli e che si mettano al più presto in gioco.

@fgr62: @giraldo_ale .. e grazie a te per aver condiviso la presentazione. Molto interessante

Mi sto rendendo conto che Alessandra ha buone idee.

30) “Non esiste una casa ecologica, ma uno STILE DI VITA ecologico. Non lo è se vivo da solo in una casa ecologica”

Come altre formule di moda, usate come il prezzemolo (crescita compatibile, energie alternative, zero rifiuti), anche quella di “casa ecologica” è priva di reale significato. Di solito s’intende così far riferimento a una abitazione “passiva”, costruita secondo le migliori tecniche disponibili per risparmiare nel consumo di energia, con uso massiccio di materiali tecnologicamente avanzati, o naturali, riciclabili, magari in un contesto ameno, circondato da una bella e incontaminata natura.

Si dirà: e chi non gradirebbe? E cosa potrebbe esserci di più ecologico?

Alcune questioni vanno però approfondite.

  1. Il fatto che un’abitazione venga costruita per consumare durante la sua vita quantità ridotte di energia è positivo, ma bisogna ricordare che si consuma molta energia anche nel costruire la struttura. Il risultato va quindi valutato prendendo in considerazione il rapporto tra la quantità di energia risparmiabile durante la vita dell’abitazione e l’energia che si consuma nel realizzare quest’ultima, quasi tutta, se non tutta, di origine fossile. Ovviamente il risultato varia al diverso livello di “passività” a cui ci si attesta. Il risparmio di energia marginale che si consegue aumentando progressivamente l’impiego di materiali e di tecnologia non presenta un andamento lineare. Può esistere una soluzione complessivamente migliore anche a un livello di “passività” inferiore a quello massimo o economicamente perseguibile e non è affatto detto che il massimo di passività strutturale raggiungibile sia la soluzione complessivamente migliore in relazione all’intero ciclo di vita dalla casa.
    Su questo punto la ricerca e gli studi seri scarseggiano e ci si affida all’esperienza (poca e limitata) dei progettisti e dei costruttori, costretti basare le loro valutazione quasi esclusivamente sui dati (spesso più teorici e poco sperimentati sul campo) forniti dai produttori dei diversi materiali.
  2. L’impiego di materiali naturali (roccia di qualità, legno, paglia, sassi di fiume, ecc.) non può che rappresentare, in una società come l’attuale, una soluzione di nicchia, di piccola nicchia. Le quantità disponibili e prelevabili, salvo non si voglia in brevissimo tempo distruggere ambienti pregiati, foreste, letti di fiume, sono molto limitate. Basta guardare quali conseguenze si siano determinate su ampie porzioni di territorio con il prelievo terra, ghiaia, sabbia, pietra e marna cementizia, materiali molto più comuni e diffusi.
    La paglia poi, pur disponibile in certe aree, si esaurirebbe subito se il suo uso in edilizia aumentasse in modo consistente, anche perché già viene utilizzata per altri scopi (carta, calore, lettiere per animali).
    Se si volesse espandere queste tipologie d’intervento a livello massivo (ma lo impediscono limiti di altro ordine, praticamente invalicabili, come la disponibilità economica e la necessità di non consumare altro terreno fertile) risulterebbero esaurite o fortemente impoverite e deteriorate le fonti e le aree da cui verrebbero prelevate. Senza tenere conto delle distanze sempre maggiori che sarebbe necessario percorrere con i trasporti.
    Fermo restando che la stragrande maggioranza degli edifici già esistenti non potrebbe essere riqualificata in questo modo.
  3. Non ci si può e non si deve illudere che diventi decisivo agire in un piccolo paese, un villaggio, una frazione, una abitazione singola, magari con giardino annesso, ai limiti di un parco, di un bosco o di un territorio agricolo, contesti in cui questo tipo d’interventi risulta fattibile, pregevole, apprezzabile. E dove sinora sono stati realizzati. E’ una visione simpatica, bucolica, se si vuole affascinante, ma la società attuale è formata da oltre 7 miliardi d’individui, di cui la maggior parte vive in contesti urbani di milioni di abitanti. In Italia siamo oltre 60 milioni, e benché la nostra sia una realtà fortemente distribuita, ben pochi sono gli abitanti che vivono in piccole comunità, in contesti minimi, marginali.

Risulta quindi chiaro che si pone un problema quantitativo per queste iniziative. Sinché sono poche risultano (con alcune non trascurabili riserve) percorribili; quando si aumentano i numeri … è meglio lasciar perdere.

Ma c’è dell’altro. In molti casi intervenire per ridurre al minimo i consumi della “macchina” in cui si abita è ottima scelta e buona pratica (facendo attenzione a non ricadere all’interno del “paradosso di Jevons!). Tuttavia un’abitazione a cui apparentemente è possibile riconoscere la medaglia di “ecologica” non lo è più se si trova o è stata costruita a decine di chilometri dal posto di lavoro o di studio abituale, costringendo i suoi abitanti a percorrere distanze considerevoli tutti i giorni in automobile. Né è ecologica un’abitazione di 150 metri quadri abitata da una singola persona.

Esiste solamente il modo di vivere ecologico, cioè consapevole dei limiti oltre i quali non è giusto andare anche se risulterebbe possibile. All’interno di una scelta di vita ecologica può, anzi deve, trovare posto anche una casa che consuma poca energia. Ma da sola, fuori da questo contesto, ad essa non può mai essere attribuito un tale riconoscimento.

31) “La ‘tecnica’ dev’essere governata dalla politica, cioè dalle scelte”

Da sempre storici, filosofi, scienziati, discutono se la scienza e la tecnica siano neutre o se esse, meglio i loro risultati, le loro realizzazioni, siano condizionate dalle realtà sociali oppure le condizionino. Un confronto che non accenna a concludersi e sul quale oso solo dire che mi pare si condizionino a vicenda. Ma non una parola in più. Una cosa però mi pare lampante. Da qualche decennio a questa parte la POLITICA è messa in un angolo, condizionata pesantemente dalle esigenze “tecniche” del sistema economico. Ciò che non risulta vantaggioso dal punto di vista economico, quindi tecnico, non può essere scelto. E il sistema economico, intrecciato indissolubilmente alle esigenze del sistema produttivo, ha vitale necessità di avere risultati misurabili in tempi brevi. A questo assioma si è adattata la politica-partitica, alla costante ricerca del consenso per la prossima – sempre vicina – prova elettorale. Anche il senso comune ha fatto proprio questo modo di valutare i fatti: tutti voglio subito risultati concreti, visibili, ritorni positivi per loro stessi e in tempi brevi.

Nessuno è più disposto a investire per i nipoti, per le generazioni che verranno, come chi nei secoli passati ha disboscato i territori per coltivarli, ha rimboschito i pendii montani per fermare le frane, ha costruito i muri a secco per poter seminare sui fianchi delle colline, o fermare i venti dove questi tirano impetuosi, ha rotto e trasportato milioni di pietre per dissodare fazzoletti di terreno in precedenza non coltivabili, ha cambiato il corso dei fiumi per impedire che con l’andar dei secoli si impantanasse la laguna, ha bonificato le paludi per farne terreno agricolo e eliminare la malaria.

Questo lo facevano gli stati, i poteri pubblici, ma anche i privati. Oggi nessuno è interessato a prospettive medio-lunghe e anche chi potrebbe esserlo non riesce a recuperare le risorse necessarie (d’altronde anche gli impianti nucleari – per fortuna – soffrono di questo !).

Ecco quindi che gli argini dei fiumi cedono, che le frane rovinano a valle, che le scosse di terremoto fanno crollare città e uccidono persone quando sarebbe stato possibile evitarlo, che la riduzione dei gas serra resta una giaculatoria, la trasformazione del sistema di produzione e dei consumi di energia restano marginali o ignorati.

Dovrebbe essere la POLITICA a condizionare l’economia, a indirizzare la ricerca applicata, a suggerire le direzioni e le compatibilità del sistema produttivo, ovviamente nell’interesse non di chi cerca unicamente profitto ma di chi vorrebbe e sarebbe ben disposto (se solo ne avesse la minima consapevolezza e possibilità) a scambiare con migliore e maggior benessere (buona vita) il possesso o la proprietà di tante merci inutili.

Ma poiché i politici, quando va bene, fanno ciò che sostanzialmente richiedono loro gli elettori, è a questo livello che risulta indispensabile agire.

Io ci sto provando da tempo e continuerò. Avanti gli altri.

32) Fotovoltaico installato al mondo 2000-2011

32-grafico-domanda-32

@BrugolaDigitAle: @giraldo_ale ma indica il paradosso del costo per la costruzione del fotovoltaico e la sua durata? Ovvero che non conviene?

@giraldo_ale: @BrugolaDigitAle sta parlando di questo, ora. Adesso chiedo

@giraldo_ale: @BrugolaDigitAle la risposta è “sì, conviene”. Con il mio prox tweet la risposta

33) Il fotovoltaico costa 1 e dà 7. Fino a 6 si autosostiene. Dovrà migliorare perché funzioni davvero

@BrugolaDigitAle: @giraldo_ale il fotovoltaico costa 7 e dà 1 . È il contrario. Ed è in totalità più inquinante del petrolio e del carbone.

@giraldo_ale: @BrugolaDigitAle dopo il convegno, lo blocco e gli sottopongo il problema. Se non risolvo, te lo passo :-)

@porlandi05: @giraldo_ale nn molto chiaro

@porlandi05: @BrugolaDigitAle @giraldo_ale ah ecco mi pareva.

@giraldo_ale: @porlandi05 poi chiedo e cerco di chiarire

@giraldo_ale: @porlandi05 @BrugolaDigitAle giuro che dopo il convegno me lo porto in un bar e gli faccio tutte le vostre domande. Giuro. :-)

34) Compro un SUV a 30 mila €. Dopo 4 anni vale 5mila. Investo 30mila in fotovoltaico. In 17 anni recupero la spesa

@giuseppe_a_m5s: @giraldo_ale aggiungi 18.000 euro e prendi un auto elettrica

@AmedeoZuliani: @giraldo_ale e hai consumato 30ml di gasoil

@Dajour: @giraldo_ale No Alessandra. Non dopo 17 anni. Al max dopo 7

@giraldo_ale: @Dajour ho fatto presente. Mi precisa senza incentivi. Altrimenti sì, 7-10 anni :-)

@Dajour: @giraldo_ale Non è assolutamente vero. Prima si ammortizzava in 3/4 anni. Ora con incentivi bassi ne occorrono 5 Se consumi la tua energia.

@GianniDeZuani: @giraldo_ale eh ma non hai messo il costo dello smaltimento ,credo sarà un salasso ! mia opinione.

35) Ci sono pannelli fotovoltaici che, dopo 30 anni, hanno ancora il 75% di efficienza

Questa sequenza di tweets, riferita al fotovoltaico, dimostra da una parte i limiti di Twitter, dall’altra la persistenza di luoghi comuni e il livello di disinformazione sull’argomento.

  • La durata dei pannelli è oggetto di garanzia da parte dei produttori per circa 25 anni. L’installazione di consistenti quantitativi in Italia data da poco tempo, ma esistono installazioni sperimentali dal 1980. Di una serie di questi primi pannelli, collocati al Centro Ricerche Enea di La Casaccia (nei pressi di Roma), esiste il monitoraggio annuale delle condizioni e dell’efficienza. Dopo 30 anni di funzionamento di 55 Moduli Arco Solar ASI 2300-16 (tra i primi ad essere prodotti), 8 si sono guastati (7 per invecchiamento 1 per danneggiamento) e l’efficienza di quelli ancora in funzione risulta pari all’87% del valore iniziale.
  • L’ERoEI (vedi paragrafi precedenti) da alcuni calcoli è stimato tra 6-7, fino anche a 9. Non è altissimo, ma si pone al livello di buona parte delle estrazioni petrolifere attuali ed è superiore di almeno 3 volte (e anche più) di quasi tuto il petrolio non convenzionale, dei biocombustibili e del biogas. Si attesta all’incirca al livello che alcuni studiosi ritengono sufficiente per sostenere una civiltà discretamente industrializzata e complessa. Non certo a quello presente nelle società “più avanzate”, sia dal punto di vista tecnologico che di consumi.
  • Sostenere che il fotovoltaico sia più inquinante del petrolio e del carbone è un’assurdità, ovviamente mentre funziona, ma nemmeno a fine vita. Quasi tutto ciò che compone il pannello può essere riciclato. In prevalenza è vetro, alluminio, ferro. Più complesso è il film fotovoltaico che per il momento non viene riciclato. Si tratta di quantità estremamente limitate in quanto il film è sottilissimo. Tutto il film sinora prodotto potrebbe essere concentrato in qualche decina di metri cubi di volume. Basti pensare che 50 centimetri cubici di silicio purissimo bastano per produrre 1 miliardo di pannelli fotovoltaici. Gli elementi droganti sono ancor meno. In ogni caso le aziende che si stanno preparando a riciclarlo (ancora il fotovoltaico arrivato a fine vita è molto poco), arrivato il momento, affronteranno il problema allo stesso modo di come è stato affrontato il problema dei rifiuti elettronici. Anche in questa amplissima gamma di prodotti, molto più diffusi, ubiqui e fuori controllo dei pannelli fotovoltaici sono presenti sostanze nocive e pericolose.
  • I business-plan delle banche evidenziano i costi di smaltimento a fine vita degli impianti fotovoltaici in % del totale investimento. Sono previste 4 tipologie di fotovoltaico.
    Il silicio poli- e mono-cristallino (la maggior parte dei pannelli sono di questo tipo) si collocano in territorio positivo. Cioè lo smaltimento a fine periodo potrebbe non essere un costo ma un ritorno economico positivo.
    Negativo è il costo del riciclo delle altre tipologie, valutato sino al 5% del costo dell’impianto. Il costo maggiore riguarda il silicio amorfo su guaina, a causa dello smaltimento della guaina. Si sta sperimentando una nuova guaina di origine vegetale, completamente riciclabile, che dovrebbe durare 40 anni.
  • Il confronto tra investire 30.000 euro per acquistare un SUV o per installare un impianto fotovoltaico (oggi probabilmente da oltre 15 kW, quindi esuberante rispetto alle necessità di una normale abitazione) è un esempio per suggerire un cambiamento dell’ottica tradizionale con cui questi impianti vengono valutati.
    E’ vero che con gli incentivi concessi dai diversi “conti energia”, servivano e ancora servono pochi anni, forse qualcuno in più di quelli indicati da Dajour . Dipende da qual’è stato il prezzo pagato per l’impianto, come e dove è stato installato (cambia la produzione di energia), quale uso si fa dell’energia prodotta, quali siano le condizioni finanziare applicate.
    Nel caso del mio esempio escludo dal ragionamento l’esistenza di qualunque incentivo e tendo a prendere in considerazione anche i costi variabili (sostituzione Inverter, manutenzione, riparazioni) che bisogna pur prevedere.
    Ovvio che comunque il risultato che ipotizzo sia approssimato, in quanto dipendente da variabili non controllabili, come per esempio, il prezzo di acquisto e di vendita del kWh nel tempo.
    In ogni caso non credo di essere molto lontano dalla realtà nell’ipotizzare che in poco più della metà della sua vita (che dura circa 30 anni) l’impianto ammortizza l’investimento iniziale offrendo poi per il resto del tempo un beneficio netto al proprietario.
    Il SUV (piccolo SUV, con 30 mila euro non si acquista un modello al top di gamma, ma al bottom di gamma) invece, che inizialmente ha richiesto la stessa quantità di denaro, dopo 6-7 anni ha un valore tendente a zero. Nel frattempo ha permesso una grande mobilità (che comunque si poteva garantire anche in modi diversi) ma ha assorbito enormi quantità di denaro e, soprattutto di risorse e di energia.
    Provocatoriamente avverto i ragazzi che sarebbe molto meglio per loro e per tutti cominciare a sentirsi “fichi” per aver montato il fotovoltaico sul tetto e non perché si gira in SUV.
  • Il fotovoltaico comunque non è LA SOLUZIONE, ma rappresenta una delle principali fonti da cui ottenere un importante contributo per affrontare l’indispensabile transizione energetica e uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili. Pochi però si rendono conto che per produrre fotovoltaico si usa oggi sostanzialmente il carbone e che le maggiori sfide per questa fonte sono raggiungere più elevati livelli di efficienza e riuscire a riprodurre se stessa. Come storicamente è avvenuto per le precedenti fonti di energia, l’ iniziale espansione si è basata sulla fonte precedente già matura e disponibile, e solo dopo un certo tempo sono giunte all’autonomia. A questo dovrà pervenire anche la tecnologia fotovoltaica, magari in sinergia con quella eolica. E’ una sfida ancora tutta da vincere.
  • Resta poi a carico problematico del fotovoltaico il limite della produttività intermittente nel tempo. L’espansione quantitativa, quella territoriale e la sinergia con l’eolico potranno ridurre questo problema ma non penso risolverlo completamente. Bisogna quindi lavorare e investire molto sulla ricerca di nuovi sistemi di accumulo dell’energia, più efficienti degli attuali, in modo da poter ridurre la presenza di impianti tradizionali (termoelettrici o idroelettrici) chiamati a restare “di riserva” per intervenire in caso di necessità. Su questo la Germania si sta già muovendo e, nel suo piccolo, anche Aspo Italia ha voluto offrire il proprio contributo finanziando di recente una tesi di laurea.

36) Se una città investisse in servizi al cittadino, ad es in piste ciclabili, spenderemmo è consumeremmo molto meno

@GASirianni: @giraldo_ale le piste ciclabili servizi al cittadino? Ma di che si parla?

@giraldo_ale: @GASirianni scusa, avrò sbagliato parola. Cerca di cogliere il senso… :-(

@GASirianni: @giraldo_ale il senso è che i servizi al cittadino sono asili scuole assistenza domiciliare mense sportelli informativi.

@giraldo_ale: @GASirianni sì certo, ma non stavamo parlando di quello. Si può intuire leggendo il filo logico dei miei tweet. Ho sbagliato io parola, sorry

@GASirianni: @giraldo_ale piste ciclabili rientrano in assetto urbano come panchine nei parchi illuminazione aiole spartitraffico. Ho perso il filo scusa

La parola “servizi” usata da Ale in questo contesto è inesatta. Io stavo parlando di strutture, strumenti, mezzi diversi da quelli oggi maggiormente finanziati e realizzati dalle amministrazioni pubbliche. E mi riferivo più precisamente, appunto, a piste ciclabili, trasporto collettivo, filobus, tram, metropolitane di superficie, trasporti acquei, ma anche a biblioteche, sale di lettura, punti di aggregazione, iniziative culturali, ecc. Di alcune è evidente i ruolo nella diminuzione dei consumi. Per le altre serve un minimo di ragionamento. L’offerta di una migliore qualità della vita collettiva nelle città ha anch’essa valenza nella riduzione dei consumi privati, tale da ripagare abbondantemente i consumi pubblici.

Se i centri cittadini offrissero un ambiente pulito, aria respirabile e, al loro interno, fuori della porta di casa, valide alternative allo stare davanti alla tv o all’abituale fuga a ogni weekend, sicuramente si ridurrebbero le chilometriche code di macchine verso invivibili spiagge o verso improbabili affollati agriturismo. E magari ci sarebbe qualcuno in più che legge i miei libri ☺.

37) Uno dei problemi, con la crisi energetica, è “come ristrutturare la produzione”? Se la riduco, perdo posti lavoro

@63_spinelli: @giraldo_ale …come ti dicevo prima

@giraldo_ale: @63_spinelli assolutamente sì :-)

Argomento già affrontato al punto 28)

38) Si dovrà pensare ad una manodopera artigianale per riparare quello che si è rotto.Come si faceva un tempo

Appunto. Un aspetto su cui in “La parabola del consumismo” mi dilungo in più punti.

39) Nei primi anni ’50, nelle case c’erano circa 850 oggetti. Oggi sono circa 12.000. L’80% non sappiamo dov’è

@malabruzzi: @giraldo_ale a occhio supero i 20.000 :)

@giraldo_ale: @malabruzzi già. Impressionante. E scommetto che, in percentuale, di pochi sai dove sono. E meno ancora ne usi.

@silvianalon: @giraldo_ale chi sta parlando di me e di casa mia?

Sono numeri sicuramente imprecisi, stimati, ma ritengo siano molto vicini alla realtà.

Rendono però bene il senso del cambiamento che molti della mia generazione possono testimoniare per esperienza diretta.

Quando per la prima volta diversi anni fa mi resi conto di questa banale verità, e di cosa essa rappresenti nel contesto del consumo energetico, ricordo che stavo seduto nel mio ufficio a Venezia e stavo guardando le barche passare in canale. Restai pressoché immobile per un bel po’, sinché il mio collega mi riportò alla realtà.

40) Quando ero piccolo, mi nascondevo a casa di mia nonna nel suo unico armadio. In casa erano in 7. E 1 armadio

@LaCinicaMente: @giraldo_ale illuminante

@giraldo_ale: @LaCinicaMente (no, l’armadio era buio… ) Ahaha! Perdonami, avevo bisogno di ridere :-)

Ha dei numeri la ragazza!.

@LaCinicaMente: @giraldo_ale fai pure ;-)

@ALRandazzo: @giraldo_ale ma questo sig. rossi sarò io? Pensa le stesse cose.

Un sosia culturale ?

@giraldo_ale: @ALRandazzo è un grande! Voglio portarvelo a Milano! Cc @carlo_daveri @laviode @RFURESI @elenavilla3 @andreaturconi2 @mperadotto

@RFURESI: @giraldo_ale @ALRandazzo @carlo_daveri @laviode @elenavilla3 @andreaturconi2 @mperadotto AJO’

Problemi zero. Sempre computer pronto, qualunque sia la destinazione.

@ALRandazzo: @giraldo_ale @carlo_daveri @laviode @RFURESI @elenavilla3 @andreaturconi2 @mperadotto portiamolo anche in parlamento per sensibilizzare lor signori.

Finora nelle sale del parlamento non sono ancora entrato, ma qualcosa bolle in pentola proprio di questo tipo, anche se – nel caso cuocesse bene – ci andrei con un piccolo gruppetto di Aspo Italia.

Tuttavia più di qualche politico, di alto, medio e basso rango, ha subito le mie reprimende. Anche sindacalisti. Anche amministratori pubblici. Ma non saprei dirvi con quali risultati pratici. Certo, per tutti loro è stata un’esperienza discretamente imbarazzante.

Inoltre, sia il Ministro (ex, da qualche ora) Passera, il ministero, tutti i gruppi parlamentari appena scaduti, hanno ricevuto le nostre (ASPO) osservazioni sul SEN (Strategia Energetica Nazionale), sia quando il documento era in preparazione che dopo il varo definitivo del decreto, avvenuto negli ultimi giorni di vita del Governo Monti.

41) Il nostro livello di vita è elevatissimo. Non ci sarà una scelta di “essere sobri”. Se non la faremo i fatti accadranno ugualmente

@NosapaiD: @giraldo_ale E pensarla diversamente, se prima era presunzione, ora si sta avviando a essere una follia

E’ un punto di netta distinzione tra il mio modo di vedere le cose e quello con cui il Movimento della Decrescita felice propone il suo pensiero. Non casualmente l’obiezione classica che viene loro rivolta è “Ma perché devo scegliere di essere felice consumando meno se io mi sento più felice consumando di più ? Preferisco la crescita alla decrescita.”

Dopo quanto avete qui letto (ed è solo una piccola parte di quanto potreste scoprire e conoscere su questi argomenti a partire, per non incontrare da subito paroloni troppo astrusi, dai miei libri) penso che a nessuno di voi possa venire in mente che crescere o decrescere (parola che uso pochissimo proprio perché ormai legata quasi meccanicamente alla parola “felice”) rappresenti una libera scelta intellettuale, fideistica, religiosa, o anche etica, se volete. Certo, può assumere uno o più di questi connotati e va bene, ma la motivazione di fondo rimane che non è dato immaginare una civiltà in perenne crescita in presenza di una quantità di risorse e di un contesto vitale limitato.

E che quindi, prima o dopo, volenti o nolenti, non sarà più possibile crescere.

A me pare sia meglio per tutti sceglierlo per tempo, preparando la più efficace resilienza, piuttosto che subirlo passivamente.

42) Forse conviene lavorare meno, guadagnare meno e avere meno oggetti…

Anche su questo ho già scritto al punto 28)

@63_spinelli: @giraldo_ale …la strada non è avere meno ma scegliere i prodotti che hanno all’interno un valore etico

@giraldo_ale: @63_spinelli Mirco Rossi sostiene anche “avere meno”

Non fa certo male scegliere prodotti con maggior contenuto etico, se ragioniamo in termini economici, di mercato solidale o di ripartizione diversa delle risorse o di redistribuzione più equa dei profitti che in alcune parti si sono ormai accumulati oltre qualsiasi misura accettabile a scapito di altre realtà.

Dal punto di vista dei consumi di energia, tra il prodotto etico e quello non etico può non esserci differenza. Anzi a volte il prodotto etico può consumare più energia.

Se consideriamo, per esempio, che le merci provenienti dai paesi poveri abbiano un contenuto etico maggiore, può essere che i sistemi e le tecnologie con cui sono state prodotte siano molto meno efficienti e più inquinanti di quelle dei paesi ricchi. Anche il cibo, che magari viene prodotto nel sud del mondo con minore uso di macchine e di concimi e un maggiore impiego di manodopera locale (a più basso costo, s’intende), può risultare più energivoro a causa della lunghe distanze che lo separano dai luoghi del consumo.

43) Due fratture culturali: chi è nato negli anni ’60 se ne è vergognato, e non ha più trasmesso la sua cultura

@GASirianni: @giraldo_ale Questa è molto sbagliata

@63_spinelli: @giraldo_ale …stai parlando di me. Io non mi vergogno affatto

44) La seconda: i nonni non vivono più in famiglia. Non abbiamo più trasmesso la cultura

@TinuDeia: @giraldo_ale li riporterà a casa la crisi, vedrai.

@petruzzecorrado: @TinuDeia @giraldo_ale Vero

Anche in questo caso Twitter non aiuta. Anzi.

Ale ha tentato di sintetizzare un passaggio in cui illustravo una considerazione sviluppata in “La parabola del consumismo”.

Attorno agli anni ’60 (inizio del “miracolo economico”) nella società italiana si è verificata una cesura tra la cultura precedente, ancora molto permeata da valori contadini, e le nuove idee moderne e moderniste basate su una società in forte crescita e sviluppo tecnologico.

Chi è nato in quegli anni poteva ancora “annusare” il modo di vivere precedente. Poteva sentirne e vederne gli influssi, verificarne le tracce evidenti. Era ancora presente nelle case, nelle strade, nei luoghi di aggregazione, nelle attività produttive, in particolare nei paesi di piccola dimensione e nei quartieri di periferia, perché intrecciato più profondamente alla realtà agricola.

In ogni contesto, comprese le maggiori città, coabitavano quasi sempre sotto lo stesso tetto più generazioni, fatto che inevitabilmente manteneva viva e concreta l’influenza di pensieri, prassi, tradizioni, esperienze di un tempo che si stava allontanando.

Ma tutto ciò stava cambiando e cambiò con una velocità imprevedibile. Tutto sembrava possibile, arrivabile, realizzabile. A molti giovani cominciavano ad aprirsi le porte per la conquista di migliori condizioni sociali. Ormai sembrava lontanissimo il periodo difficile del dopo guerra, in cui si erano sperimentati lutti, dolori, disastri, carenze di cibo, di vestiario, malattie prive di cure adeguate, fatiche improbe per tirare avanti. Quello che in altre occasioni a volte definisco come il “il tempo delle pezze al culo”.

Le diverse condizioni economiche, le prime conquiste della donna sul fronte della parità dei diritti, i fermenti del ’68 stavano portando a maturazione la modifica profonda del concetto e della tradizione della famiglia. I nuovi nuclei familiari si stanno ormai separando dai genitori.

Gli scambi di pareri ed esperienze quotidiani tra generazioni si bloccano in breve tempo.

Ecco perché penso sia possibile individuare in quel momento una frattura culturale, a causa della quale tutto il “prima” inizia a valere pochissimo al confronto delle prospettive in cui quella generazione si sta avviando. Credo di poter dire a ragione che del periodo precedente molti provavano come un’intima vergogna, non avevano alcuna voglia di parlarne o di richiamarlo in una discussione.

Ma di questo nel libro parlo diffusamente.

@AmedeoZuliani: @giraldo_ale ho paura ke simo proprio noi 50/60 i responsabili del consumo

Si, è la mia generazione la più responsabile della situazione attuale. Non che le due successive siano prive di colpe, ma la maggiore responsabilità è quella che io e i miei coetanei portiamo sulle spalle. Troppa fiducia c’è stata nel credere alle nuove possibilità che la fase incredibile in cui siamo cresciuti (dal quasi niente al tutto) ci apriva, e ciò ha condizionato i nostri pensieri. Il nostro modo di concepire la prospettiva. Io me ne sono accorto circa 30 anni fa. Ma sono uno dei pochissimi.

@pomipaolo: @giraldo_ale noooo! Prima troppo giovani, poi troppo vecchi e adesso pure colpevoli: ma quando mai abbiamo potuto dire o fare qualcosa?

Le responsabilità generazionali hanno una valenza sociologica. Nulla di individuale.

Forse che non ci sono state responsabilità nella generazione che in Italia ha aperto la strada al fascismo applaudendolo, o che in Germania ha permesso la nascita e la crescita del nazismo urlando Heil Hitler nelle piazze e lo sterminio di milioni di persone nel silenzio più assoluto ?

Ovvio, le differenze esistevano, responsabilità alcuni non ne hanno avute, altri invece ne hanno avute a un livello in cui la pena di morte sembra insufficiente. Ma un problema generale in quella generazione è presente e individuabile.

E non serve commiserarci. Chi come me non è più giovane ha fatto una vita già non breve, piena di esperienze. Qualcuno può provare la sensazione di (o credere di) aver fatto poco, d’aver solo seguito la corrente, ma non penso che ciò sia sempre vero.

Abbiamo fatto ciò che siamo stati capaci di fare, nelle condizioni date, visto che le sfere di cristallo non funzionano e che il coraggio non si vende in farmacia. Forse poco, forse tanto, ma tutti gli esseri umani affrontano questo tipo di limiti, che hanno cause interiori ed esterne.

Ma c’è sempre modo di ricominciare se non si è soddisfatti, senza pensare di dover per forza fare cose grandiose. Anche oggi.

45) Grazie a tutti coloro che mi hanno seguita con #ParabolaConsumismo. Ho raccolto vs dubbi e domande per Mirco Rossi. Vi farò sapere

@cal_primitivs: @giraldo_ale Grazie per #ParabolaConsumismo. Quasi meglio di uno streaming ;-))

46) …dopo il convegno, solo birra e chiacchiere… Ma buoni propositi per continuare il discorso, con lui è con voi

Molto meglio dello streaming che non presuppone confronti.

Dopo il convegno proprio solo birra e chiacchere.…… ormai mi ci sono abituato. ☺☺

9 luglio 2013
a cura di Mirco Rossi

Tags : ,

Mirco Rossi

VENEZIA. Divulgatore sui temi dell’energia, ricercatore indipendente. Membro del Comitato Direttivo di Aspo Italia (sezione italiana di Aspo International – Association for the Study of Peak Oil and Gas). Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi “L’Uomo e l’Ambiente”. Vive a Venezia, dove ha fatto studi di economia, sviluppato l’attività lavorativa, le esperienze politiche e quelle sindacali. L’attenzione ai temi legati all’energia e all’ambiente inizia nel lontano 1973, al tempo della prima crisi energetica, e si consolida alla fine degli anni ’80 quando, su incarico di ENEL, coordina per alcuni anni l’azione divulgativa che l’Ente offriva al sistema scolastico del Triveneto. Da anni sviluppa un’intensa attività d’informazione scientifica sugli aspetti energetico-ambientali, nel Centro e nel Nord Italia, indirizzata a cittadini, gruppi culturali, associazioni, forze politiche e sindacali, insegnanti e soprattutto studenti delle scuole di secondo grado. Pubblicazioni: “Verso la fine del petrolio” (Provincia di Venezia, 2008) - “Energia e futuro. Le opportunità del declino” (EMI Bologna, 2009/2011) - “La parabola del consumismo. Memorie di un ragazzo al tempo della sobrietà” (EMI Bologna, 2013)

Comments are closed.