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Pubblicato il 19/09/2013 Da in Ambiente

Autunno “arabo”

A partire dal 2011 si è parlato delle rivolte in Nord Africa e Siria come “primavere arabe”.

La rivolta veniva in parte descritta come tentativo del popolo di Egitto, Tunisia e Siria, i principali paesi interessati a vere e proprie rivolte (la situazione in Algeria e Libia appare diversa), di liberarsi di regimi dispotici guidati da rais sostenuti dai militari.

Le principali componenti della società che si opponevano al dispotismo laico dei regimi nati dalla decolonizzazione, sono quella liberale filo occidentale e quella islamica ciascuna percorsa da divisioni interne particolarmente profonde nella componente religiosa islamica.

Su un piano diverso però, ci sono aspetti materiali che hanno profondamente modificato le società nei paesi del Nord Africa e in Siria che sono raramente analizzati e messi in relazione con queste cosiddette “primavere arabe”.

Il primo aspetto importante è che i paesi che vedono le maggiori turbolenze, Egitto, Algeria, Libia e Tunisia e la Siria, sono produttori di idrocarburi.

Quantità che nel caso di Siria, Egitto e Tunisia non sono enormi, ma sufficienti, fino a pochi anni fa, a garantire un certo livello di esportazioni e a sussidiare l’energia da parte dello stato. Una rendita che serviva ai regimi per comprarsi, almeno in parte, il consenso.

Vediamo l’evoluzione temporale di produzione e consumi di questi paesi.

I dati sono presi nel database dell’EIA (Energy Information Agency del governo degli Stati Uniti: www.eia.gov ). Per facilitare la lettura, il gas naturale è riportato con la stessa unità di misura del petrolio, in migliaia di barili equivalenti al giorno.

La Libia è il paese con la maggior produzione petrolifera dell’area, in grado di soddisfare il consumo dell’intera Francia. Dal 2003 in poi la Libia è riuscita ad aumentare sia la sua produzione petrolifera che quella di gas naturale, con un aumento dei consumi interni piuttosto modesto, realizzando così un aumento importante dell’export.

Il calo di produzione del 2011 è conseguente alla guerra civile che ha visto la caduta di Muammar Gheddafi, avvenimento che messo in crisi l’intero comparto energetico, sia sul fronte della produzione che su quello dei consumi interni. Una situazione di grave crisi da cui il paese stenta a risollevarsi.

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L’Egitto ha raggiunto un massimo di produzione del petrolio negli anni 90′ ad un livello di picco di poco meno di 1 milione di barili al giorno. Dal 2009 le importazioni hanno superato, sebbene di poco, le esportazioni a causa della continua crescita dei consumi nonostante una leggera ripresa produttiva nel decennio scorso.

Analogo destino potrebbero a breve seguire le esportazioni di gas naturale. con consumi più che raddoppiati dal 2000 e una produzione che negli ultimi anni non riesce più a crescere.

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Come nel caso dell’Egitto la Siria della dinastia alauita degli Assad ha superato il picco produttivo alla metà degli anni 90′ ad un massimo di 600mila barili al giorno e, mentre il consumo interno aumentava regolarmente negli anni, la produzione ha continuato a declinare. Il crollo degli ultimi anni è da attribuire alla guerra civile.

La produzione di gas naturale è dedicata interamente al mercato interno, con i consumi che ne seguono fedelmente l’andamento, portando il bilancio import-export sostanzialmente a zero.

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Naturalmente la principale forza che ha guidato l’aumento dei consumi è quella demografica.

L’Egitto ha quadruplicato la propria popolazione nel giro di 60 anni da poco più di 20 milioni a quasi 80 milioni di abitanti.

Nello stesso periodo la Siria l’ha moltiplicata per un fattore 7.

Appare abbastanza evidente che i vincitori delle guerre civili ora in atto avranno il problema di gestire la fine della rendita petrolifera come i loro predecessori. Mi chiedo se le classi dirigenti di quei paesi e quelle internazionali abbiano capito il problema.

Per esempio, il ministro Bonino, profonda conoscitrice dell’Egitto, ha almeno azzardato a mettere in fila di dati presenti in questo post e che sono ovviamente disponibili per chiunque?

Posta questa domanda si va al passo successivo.

Cosa è possibile pensare guardando le prossime figure dell’Algeria? Detto per inciso, questo paese fornisce una percentuale importante di gas all’Italia e all’Europa. Qualcuno potrebbe far notare che c’è in progetto la TAP (Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto per pompare gas azero verso l’Europa)… sì, ma quando?

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15 luglio 2013
a cura di
Luca Pardi, Dario Faccini e Mirco Rossi

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Mirco Rossi

VENEZIA. Divulgatore sui temi dell’energia, ricercatore indipendente. Membro del Comitato Direttivo di Aspo Italia (sezione italiana di Aspo International – Association for the Study of Peak Oil and Gas). Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi “L’Uomo e l’Ambiente”. Vive a Venezia, dove ha fatto studi di economia, sviluppato l’attività lavorativa, le esperienze politiche e quelle sindacali. L’attenzione ai temi legati all’energia e all’ambiente inizia nel lontano 1973, al tempo della prima crisi energetica, e si consolida alla fine degli anni ’80 quando, su incarico di ENEL, coordina per alcuni anni l’azione divulgativa che l’Ente offriva al sistema scolastico del Triveneto. Da anni sviluppa un’intensa attività d’informazione scientifica sugli aspetti energetico-ambientali, nel Centro e nel Nord Italia, indirizzata a cittadini, gruppi culturali, associazioni, forze politiche e sindacali, insegnanti e soprattutto studenti delle scuole di secondo grado. Pubblicazioni: “Verso la fine del petrolio” (Provincia di Venezia, 2008) - “Energia e futuro. Le opportunità del declino” (EMI Bologna, 2009/2011) - “La parabola del consumismo. Memorie di un ragazzo al tempo della sobrietà” (EMI Bologna, 2013)

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